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Nella terra dei conflitti di interesse (non solo quello berlusconiano) e dei sottrattori di bene pubblico (oltrechè dei simulatori di verità)..., dove lo spreco si confonde con la miseria, dove non sai mai quello che ti capita... ma ormai ci sei abituato... e se capita non ti meravigli più, dove per vincere una battaglia non occorre coraggio ma capacità economica.... abbiamo deciso (vestendo tutto il coraggio possibile) di andare contro corrente e di mettere a nudo realtà spesso soffocate dai giochi di potere in grado di pilotare l'informazione direzionandola un po' qua, un po la, ma mai dove realmente e in maniera trasparente dovrebbe andare.

La nostra esperienza nel mondo civile ci ha permesso di affrontare varie argomentazioni e documentarle con video, immagini e commenti audio.

 

In questo sito potrete rendervi conto personalmente di quanto possa essere facile "non dire" cose sconvenienti e sostituirle con frasi di eccellenza che attirano popolarità e deviano l'attenzione.

 

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Articoli

Livorno: un Porto che cambia nel vuoto culturale e nella disinformazione degli organi di stampa

15.02.2015 17:48

Considerazioni generali (Osservatorio Legalità democratica)

Come sappiamo la pianificazione dell'area portuale è ferma al 1953. (cercare al riguardo nel sito nostro precedente articolo "La palude magmatica del Porto di Livorno"). Da allora, e questo è meno noto, si è proceduto con piani di opere. Non che ciò rappresenti a priori un male. Stiamo parlando di un quadro  evolutivo, e per certi aspetti estemporaneo, che ha fatto prevalere le singole esigenze sull'organicità degli interventi. Oggi siamo ormai prossimi, salvo sorprese, all'approvazione della Variante Anticipatrice al Piano Strutturale e R.U.  di Livorno (di competenza comunale) necessaria per consentire la piena implementazione del Prg portuale (atto di programmazione complesso). La nuova Amministrazione Comunale a 5 Stelle ha giustamente evitato un'approvazione a scatola chiusa della Variante già "adottata" dallo scorso Consiglio Comunale (quello controllato dal Pd e dal Sindaco Cosimi) con procedure e tempistiche come al solito velocissime, mai ponderate in un dibattito pubblico  e semmai eterodirette dall'Autorità Portuale di Livorno presieduta dall'Avvocato genovese Giuliano Gallanti. Uno dei due grandi genovesi (l'altro è Aldo Spinelli, anche lui operatore portuale) che per un motivo e per l'altro "controllano" le magnifiche sorte e progressive della realtà labronica. Ma poi la voce grossa della Regione Toscana, che ha minacciato di esercitare i poteri di approvazione sostitutivi certificati dalla nuova Legge Urbanistica Toscana, e il pressing del quotidiano locale "Il Tirreno" e della sinistra portuale, pregiudizialmente favorevole per motivi di cassa al nuovo Eldorado della Darsena Europa, hanno indotto lo stesso Sindaco Nogarin ad accelerare il cronoprogramma di approvazione della Variante Urbana in questione (fra Commissioni, Consiglio Comunale e strutture tecniche di riferimento provinciale e regionale). Iter che dovrebbe concludersi entro il 15 del mese di marzo. (in precedenza era stato previsto un limite al 31 di marzo, quando la Giunta Regionale e il Consiglio regionale sarebbero già entrati in sonno per le attesissime (dal Quotidiano "Il Tirreno") elezioni regionali che dovrebbero segnare il trionfo del Presidente Enrico Rossi, recentemente convertitosi, forse anche per motivi di opportunità politica, alla dottrina renziana). Tutta questa improvvisa accelerazione si innesta, come dicevamo, in un ambito, quello portuale, dove nel corso di questi lunghissimi anni dominati da elementi di egemonia culturale, compensazione affaristica e far west nello stesso reclutamento di manodopera in banchina, la matita del progettista ha avuto difficoltà ad entrare. Dove poi quest'ultima, per forze di cose, non è riuscita ad entrare, sono intervenuti gli aggiustamenti amministrativi (lo stesso Presidente uscente dell'Autorità Portuale di Livorno  Gallanti si è mosso in questa direzione) sul regime delle concessioni e sulla assegnazione degli accosti per bilanciare e mettere in freezer le richieste di questo o quell'operatore. Mentre come noto su Porta a Mare (vero oggetto della Variante), con un Piano Particolareggiato in scadenza, si è proceduto nel Luglio 2013  a rilasciare le concessioni  del Porto Turistico alla Società Porta a Mare controllata da Azimut Benetti (ex Stu). Il Comune di Livorno, da parte sua, a ad una settimana dalla conclusione della scorsa legislatura, e nel silenzio generale, (2009/2014) prorogava a tempo indeterminato i permessi di costruzione (a favore di Igd Immobiliare)  sulle aree oggetto della trasformazione urbana. Aree che la Variante attualmente in discussione per la definitiva approvazione scorpora dai vecchi sub ambiti. Le  riconduce infatti ad un sottosistema territoriale  unitario differenziandolo dal comparto del Porticciolo della Bellana e dall'enclave di una Stazione Marittima-Fortezza Vecchia di vocazione prevalentemente commerciale, accreditata di ben 45.500 mq di superficie edificabile. Una sorta di grande incoming service, insomma, distinto dal vero e proprio terminal crociere, previsto nel Porto Operativo, in cui dovrebbero insistere anche le residuali funzioni (dall'ex Porta a Mare del 2003) di natura turistico-ricettiva. (alberghi e foresterie). Di fatto, su Alto fondale, Molo Italia e le singole "calate" abbiamo assistito ad interventi che hanno anticipato gli effetti di una zonizzazione pianificata. Mentre nessuna novità è pervenuta sul fronte dei bacini di riparazione, tuttora nella piena disponibilità di Azimut Benetti  e ancora orfani di una seria regolamentazione d'uso. I bacini, come tali, non sono riguardati dalla Variante Anticipatrice del Comune di Livorno, ma risultano insediati nel Porto Operativo. Nelle more dei timbri definitivi, che saranno apposti dal Consiglio Regionale della Toscana prima del suo assopimento funzionale, o stesso Gallanti, come ha più volte dichiarato in pubblico, ha proceduto alla progettazione del primo stralcio funzionale della Darsena Europa (poi definito impropriamente Darsena Light), in attesa di conoscere quale profilo uscirà dalla previsione urbanistica definitiva del cosiddetto Porto Operativo. Tra un balletto mediatico e l'altro peraltro (cui non sono state indifferenti le generiche pressioni del Quotidiano Locale "Il Tirreno", non nuovo a questa sorta di lobbismo marittimo-portuale -si ricordi il fiancheggiamento di Azimut Benetti al tempo dell'acquisizione del Cantiere Orlando-), non pare chiaro con quali finanziamenti si procederà a progettare e a cantierare la grande Darsena che si espanderà a nord fino alle foci dello Scolmatore lambendo il territorio industriale pisano. Con  evidente impatto ambientale sul regime dei traffici e sulla stessa morfologia della costa interessata dal prelievo dei materiali terrosi e dalla realizzazione di escavi a getto continuo. Impatto ambientale velocemente negato da studi ambientali come al solito accomodanti e tecnicamente discutibili. Esattamente come accadde per il gassificatore off-shore, quando a fare la parte del leone fra gli pseudo-estimatori del  rischio ambientale fu, su commissione del Comune di Livorno, il solito Consorzio Interuniversitario di Biologia Marina dello Scoglio della Regina, costantemente a caccia di fondi per alimentare la propria misteriosa attività di monitoraggio delle acque.

 

CONSIDERAZIONI TECNICHE DI SIMONA CORRADINI

Oggi sappiamo che in sede di programmazione l'intelligenza migliore consiste nel riuscire ad integrare e controllare visione, piani e progetti e singole opere, finanche la manutenzione dell'edificato; senza cioè confinare l'esistente alla "manutenzione", nè utilizzare la trasformazione per far tabula rasa dell'esistente, eliminando  vincoli e preesistenze. Detto questo, dal 2003 sono cominciati gli studi per il nuovo Piano del porto, che, essendo stato sottoposto a valutazione ambientale strategica, ci è stato proposto come strumento di pianificazione del territorio portuale con tutto ciò che implica tale enunciato. Il Piano del Porto così come la variante al PRG (Piano Strutturale e Regolamento Urbanistico) ci appaiono come un omogeneizzato (sì quello in cui non si distinguono i sapori) in cui le vicende trascorse dal '53, quanto alla relazione più o meno "spontanea" fra porto e città, si confondono nello spazio e nel tempo. La sensazione, da un punto di osservazione tecnico, è che  gli atti (e le prassi che ne sono conseguite) rivivano e si risolvano nella proposta progettuale di Autorità Portuale e Comune di Livorno, ma vengano ridotti ad un racconto sterile, privo di poesia, in cui città e porto ci appaiono qualcosa di estraneo e si fatica obiettivamente a riconoscere il vissuto di un legame così stretto e necessariamente bidirezionale. E' vero, si dirà, il Piano del porto è cosa complessa, è roba da addetti ai lavori, specie per la parte che riguarda le banchine e i terminal che sono un mondo a parte. Ma ciò non ci esime dal raccontare "meglio" per comprendere di più, nel quadro di una vera e propria sfida culturale, sia pure giocata a posteriori degli atti di pianificazione eventualmente approvati, ma con un occhio di riguardo all'adozione dei Piani Attuativi di Trasformazione che seguiranno. Un passaggio che deve tornare al centro del dibattito cittadino. Quello vero. Da non delegare preventivamente ai social e ai media politicamente schierati. Perciò riteniamo utile non smettere di ri-scrivere sul tema della pianificazione del porto e della città per decifrare quello che si sta configurando come un episodio enigmatico e intrigato, che segnerà i destini di Livorno.

 

Occorre dunque separare per comprendere, distinguere per non semplificare; una nuova metodologia di approccio che proponiamo, oltre la disinformazione mediatica, "altrimenti " se ne esce malconci".

Sulle questioni di impostazione generale si è già detto e in sintesi. Non riteniamo perspicace aver eliminato la Porta a Mare come sottosistema di più aree, tradendo l'obiettivo strategico del Piano. Il Piano particolareggiato "Porta a Mare" è stato approvato nel 2003 e ed ha subito innumerevoli variazioni fino a tre giorni prima delle elezioni del 2014, ma è comunque un percorso già avviato, con un proprio quadro normativo di riferimento e di conformità urbanistiche. E' quindi necessario comprendere che cosa e quanto del  Piano Particolareggiato Porta a Mare, a dieci anni dalla sua approvazione, è stato realizzato, considerando sia le singole opere già concessionate, prorogate in base all'art.30 del DL 69/2013, sia il fatto che gli ulteriori stralci funzionali del Piano possono essere attuati in base proprio grazie alla proroga del cosiddetto Decreto Sviluppo del 2013. L'ideale sarebbe avere una fotografia del "realizzato" fino ad oggi, uno "stato di attuazione" e "uno stato di diritto intermedio", così da non confondere il già realizzato con l'esistente e con le previsioni della Variante. Ciò  in base al materiale disponibile e consultabile online, in cui peraltro tra l'elenco delle carte non vi è uno "stato di attuazione" al momento di adozione. Tutto questo anche al fine di valutare i margini di  completamento del piano particolareggiato a suo tempo approvato. "Distinguere"  ci consentirebbe a livello culturale di tenere traccia del pregresso, di mantenere un carattere identitario per tutta l'area, evidenziando meglio la sua evoluzione in modo da non sovrapporre piani e progetti già in corso di attuazione con preesistenze e piani intermedi. Una sequenza fino ad oggi non governata, se non dalla cogenza dei finanziamenti "da non perdere" e dei posti di lavoro da incrementare o salvaguardare, che ha generato però anticipazioni tramite varianti e determinato la mancanza di un quadro concettuale di coerenza. Ciò vale anche per la trasformazione del Porto Mediceo in approdo turistico. Il progetto è già stato approvato, con un iter conclusosi nel 2010, in variante al Piano del porto del '53 e già sottoposto a Valutazione di impatto ambientale. Risulta quindi fortemente legato sotto il profilo urbanistico al Piano Porta a Mare per quanto riguarda le dotazioni di parcheggio, la viabilità, il recupero delle preesistenze, il cronoprogramma e l'iter di realizzazione complessivo connesso ad un progetto esecutivo di recupero di tutto l'ambito Mediceo ed ex cantiere, come prescritto dal Ministero nel 2009. Inutile ricomprenderlo nella variante come "accade oggi". Si rischia di fare una gran confusione, procedendo a ritroso. Meglio semmai inserire un ulteriore strumento di dettaglio, più operativo e di gestione. Più interessante per la Variante comunale quindi concentrarsi sulle parti non attuate, sapendo che per la Porta a Mare esiste già uno strumento di dettaglio e che per la parte portuale c'è una Variante al PRP, comprensiva degli adeguamenti tecnico-funzionali dal '55 al 2005. Da lì occorre ripartire per integrare le previsioni con elementi nuovi, distinti da ciò che è già attuato (P.ta a Mare e Mediceo) e rapportandosi ad essi in modo dialettico. Meglio gettare le basi dunque per una grande operazione di ricucitura e recupero dello spazio urbano tramite una Variante se possibile da "riadottare". Un atto nuovo e dinamico che possa consentire di uscire dal "loop" della relazione città-porto, oggi troppo "compressa tra una visione "porta a mare centrica", con il commerciale che pervade tutto, stazione marittima compresa, e la mancanza di un progetto di territorio collegato al "mito" della darsena Europa con aree e servizi degne di questo nome.

OVAZIONI DI SISTEMA E UN PAESE SILENZIOSO

09.02.2015 14:35

MATTARELLA: OVAZIONI SOSPETTE

C'è chi è impazzito per l'elezione di Mattarella alla Presidenza della Repubblica. Sarebbero bastati poco più di 500 voti per inviarlo al Quirinale, ma lì è iniziato il capolavoro del Principe di Rignano. Non accontentarsi del minimo influente, ma andare oltre e costruire su un risultato affatto scontato in termini numerici una possibile, nuova maggioranza di Governo. In ordine progressivo sarebbe stata la quarta, se non la quinta qualora nel computo complessivo delle maggioranze variabili care al Principe, volessimo considerare anche  il voto determinante di Forza Italia all'emendamento  "canguro" che al Senato (con vista terrazzata sulla futura Mono Camera dei Deputati)  ha consentito di consolidare nello schema ultra maggioritario dell'Italicum (legge elettorale ordinaria, non dimentichiamolo) la clausola favorevole alle candidature paralizzanti (della volontà popolare) dei nominati di lista.

LE FRATTAGLIE DEL PATTO DEL NAZARENO

Nell'occasione infatti almeno 24 senatori della sinistra Dem avevano avuto, per dirla con Niki "Ilva" Vendola, il guizzo democratico di non partecipare al voto. Ma il pronto soccorso dei berluscones osservanti della vecchia edizione fiorentina del Patto del Nazareno aveva consentito di traghettare il nuovo testo della legge elettorale (comprensivo del bonus maggioritario per il voto di lista) verso la terza lettura della Camera, dove l'esito dovrebbe essere scontato. Il Principe infatti aveva previsto tutto. Anche le possibili contromisure alla deberlusconizzazione del Patto del Nazareno, qualora la candidatura del giureconsulto Mattarella, uno fra quelli del Collegio della Consulta che aveva dichiarato incostituzionale il Porcellum, avesse determinato, nel breve, lo spappolamento degli ex partners di Forza Italia. Nel giro di pochissimi giorni la manina generosa di Renzi sul condono delle frodi fiscali  è diventata una specie di mannaia anti berlusconiana ed ha operato "de plano" contro gli interessi di Mediaset sull'utilizzo delle reti digitali, in parte sul ddl anticorruzione (perseguibilità d'ufficio e non a querela di parte del falso in bilancio anche se limitando i poteri investigativi del magistrato inquirente) e infine sulla revisione di quello stesso provvedimento attuativo della delega fiscale che avrebbe consentito a quelli "come Berlusconi" (per dirla con la civilista di Laterina (Ar) Maria Elena Boschi) di usufruire di una fiscalità di vantaggio retroattiva rispetto al merito della sua stessa condanna per frode fiscale e dunque di ottenere "per li rami" la piena riabilitazione politica.

UN SAPIENTE REGIA EXTRAISTITUZIONALE E UN GOVERNO NON SCELTO DAL CORPO ELETTORALE

Intendiamoci, un caravanserraglio di atti annunciati e frutto di nuovi accordi all'interno di un Consiglio dei Ministri che per effetto del post Mattarella ha ridotto Scelta Civica e il Nuovo Centro Destra (e dunque anche l'ambizioso Ministro delle Infrastrutture e dei Porti Lupi) ad un ruolo poco più che esornativo. Una sequenza possibile di atti in deroga che conferma l'assoluta irrilevanza del Parlamento rispetto alla teoria dei disegni di legge delegati, previa l'autorizzazione dell'ex Capo dello Stato, alla discrezionalità di un Governo oggi più che mai monopolizzato da Renzi. Un Governo cioè talmente forte, per quanto non espresso dal corpo elettorale, da essere in grado di modificare i suoi stessi provvedimenti in base allo scenario politico di nuova formazione in itinere. Dove se possibile la stessa elezione di un inconsapevole Mattarella ha consentito di spegnere sul nascere il fronte apparentemente resistenziale della Sinistra Dem, di "deberlusconizzare" il Patto del Nazareno forse limitandolo all'esito della riforma elettorale, di rialimentare un certo onanismo antiberlusconiano nei salotti buoni di Marchionne e di De Benedetti (Corriere della Sera, Stampa e Repubblica) e infine di disperdere le inconcludenti legioni di Grillo e Casaleggio i cui fuoriusciti si preparano a diventare determinanti al Senato e alla Camera per le Riforme istituzionali che "ci chiede l'Europa". Uno smacco terribile per Grillo che, per un tragico gioco del destino, rischia di fare la stessa fine di Monti, cioè di essere incorporato dalla maxi turbina centripeta di un sistema che a poco a poco, di qui al 2018, spegnerà ogni significativa differenziazione politica nello stesso Palazzo dove Grillo è voluto assolutamente entrare con un personale politico scelto nella Rete.

OVAZIONI DI SISTEMA E UN PAESE SILENZIOSO

Da qui le ovazioni del Parlamento e della grande stampa per la meteora Mattarella da un lato, ma la sostanziale indifferenza dell'opinione pubblica dall'altro. Renzi ha iniziato, e con indiscutibile successo, l'opera di progressivo svuotamento della democrazia plurale in un Paese distante anni luce dal dignitoso movimentismo del popolo greco. Cui Draghi, non a caso, nega il quantitative easing necessario per la sopravvivenza eccependo la solvibilità dei titoli del debito pubblico. Applausi convinti, naturalmente, del Principe di Rignano. Ma solo dopo avere incontrato Tsipras e avergli detto che lui e il giovane rivoluzionario greco "parlano la stessa lingua".

La vera storia

02.02.2015 08:45

 

Mattarenzi, tra Passacarte e uomo di Stato

01.02.2015 10:57

CHE SENSO HA UN PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

La differenza che passa tra un passacarte e un uomo di Stato sta tutta nel suo grado di effettiva autonomia. E naturalmente nel rispetto del suo ruolo istituzionale. Quando per conquistare l'autonomia funzionale si scardina il ruolo istituzionale, vuol dire che c'è qualcosa che non funziona. Soprattutto nella relazione con gli altri poteri dello Stato. E ovviamente con i cittadini, spettatori non paganti (al netto ovviamente di tasse e contributi) di ogni elezione del Presidente della Repubblica. Nella parte più opaca della cosiddetta seconda Repubblica il capo dello Stato (nella specie Napolitano) è stato un giocatore della partita, al punto tale che molti degli equilibri di governo sono stati determinati da lui. "Altro" che passacarte, ma nello stesso tempo "altro" che uomo di Stato dal taglio notarile, tanto meno figura neutra e di garanzia, soprattutto per le minoranze che stanno dentro e fuori il Parlamento. Da questo punto di vista Napolitano ha rappresentato un unicum.

 

LA PSYCO REPUBBLICA DI NAPOLITANO E RENZI

Fino all'investitura diretta del principe di Rignano, che è salito a Palazzo Chigi con il mandato presidenziale di assumere al Governo "di medie intese" compiti riformatori straordinari, delegati da un Parlamento delegittimato nella sua stessa composizione dalla Corte Costituzionale e autorizzati, appunto, dallo stesso Capo dello Stato. Si è proceduto così a Costituzione invariata ad un sostanziale riposizionamento dei poteri, con un Presidente che versava benzina nel motore delle riforme delegate ed un Premier extraparlamentare, legittimato come noto sua da una sorta di indeterminato e confuso mandato popolare derivatogli dalle primarie del Pd e dalla conseguente pesca a strascico dei voti del centro destra. Un passaggio stretto e irrituale che gli ha consentito di assumere la direzione dello Stato attraverso il controllo pressochè totalitario della maggioranza del suo Partito e dei gruppi parlamentari, questi ultimi dilatati dal bonus maggioritario dichiarato incostituzionale dalla Consulta. E nello stesso tempo di avviare la "stagione delle Riforme" svuotando il Parlamento di qualsiasi capacità di indirizzo, dopo avere ricevuto personalmente una maxi delega fiduciaria sul tema dal "giocatore" Napolitano. 

 

LA DIREZIONE DEL VOTO PER IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA (DOPO IL SILURAMENTO DI PRODI E LA "MANINA" DEL DECRETO FISCALE)

Per la proprietà transitiva, l'irrituale condizionamento del voto per il Presidente della Repubblica è stato fatto attraverso il controllo dei grandi elettori del suo Partito, gli stessi che due anni fa, su istigazione di un Renzi allora sulla rampa di lancio, silurarono l'autorevole candidatura di Romano Prodi alla Presidenza della Repubblica. Con il quale probabilmente non ci sarebbero stati Nazareni e il giovane rignanese sarebbe si salito a Palazzo Chigi, ma  svezzato da un nuovo test elettorale dagli esiti imprevedibili. Fino a ieri non si era mai visto un premier extraparlamentare dirigere le consultazioni del Quirinale, nella sua qualità aggiunta di segretario di un Partito, per orientare il voto su un Presidente della Repubblica, tendenzialmente più Passacarte che Uomo di Stato. Un Presidente che magari, per il suo passato da prima Repubblica, sarebbe stato nominalmente sgradito al Berlusconi alleato "fiscale" del Patto del Nazareno, ma la cui scelta, se ben ponderata, lo avrebbe potuto riconciliare con l'impresentabile Vendola e le cariatidi della sinistra Dem, da Bersani a Fassina, spiazzando  oltretutto quanto rimane delle inconcludenti legioni di Grillo e Casaleggio.

 

MAGGIORANZE VARIABILI

Una mossa effettuata con la stessa scioltezza con cui lo stesso Renzi si è assicurato per tempo un'altra "maggioranza" (quella con Berlusconi e soci) per farsi eleggere premier dai cittadini (il Sindaco d'Italia), disporre di una maggioranza parlamentare inossidabile di ben 340 deputati (effetto del bonus al voto di lista) sull'unica Camera rimasta (il Senato verrebbe infatti ridotto a un ruolo testimoniale) e azzerare di fatto i poteri di nomina e di scioglimento delle Camere assegnati dalla Costituzione al cosiddetto Capo dello Stato.

 

IL DILEMMA DI MATTARELLA

Ora per il neo eletto Mattarella (auguri) si pone di nuovo l'antico dilemma. Esistono i margini di autonomia politico istituzionale per fare l'Uomo di Stato senza correre il rischio di essere percepito come un diligente promulgatore di Decreti delegati o di Riforme scritti/e magari da una delle tre maggioranze utilizzate da Renzi  per dirigere lo Stato con la complicità di buona parte della carta stampata? Il passaggio è un'altra volta decisamente stretto. Non crediamo che Mattarella abbia il temperamento per scardinare il proprio ruolo istituzionale, esattamente come hanno fatto alcuni suoi predecessori fino alla macro anomalia di Napolitano. Mattarella deve tutto a Renzi e forse allo stesso "giocatore" Napolitano che non a caso si rivolse in modo inquietante "al suo successore" durante il messaggio di fine anno. Oltrettutto, come abbiamo visto, andiamo verso un quadro istituzionale che limita di gran lunga i poteri del Presidente della Repubblica rendendolo un'ombra del Premier. La prospettiva allora è quella inesorabile del passacarte, con un'unica freccia al suo arco. Quella di sciogliere le Camere di qui al 2016, come la Costituzione gli consentirebbe, per mettere ordine in un sistema impazzito che ha finito per concedere un potere extraistituzionale enorme a Renzi e ai suoi fedelissimi. Senza alcuna possibilità di controllo per i cittadini. E con una serie di gravi incognite per il futuro economico del Paese.

Il massacro delle matite e non solo

11.01.2015 16:14

La morte di Francesco Rosi, il grande maestro del cinema vero, è avvenuta una manciata di ore dopo le feroci esecuzioni di Parigi e la  guerriglia urbana che ne è tragicamente derivata. La grande lezione di Rosi era quella di non limitarsi a scivolare sulle superfici degli accadimenti, nè di mettere in caricatura le contrapposizioni sociali che maturavano sulle contraddizioni di un Paese alla ricerca di una difficile identità comune. Non solo Far West, insomma, ma anche lettura delle sue cause, dove spesso si scorgevano gli errori, le sottovalutazioni e le clamorose omissioni di una classe dirigente spesso inadeguata al rischio sociale della complessità. Una complessità spesso globale, disegnata magistralmente nel film su Enrico Mattei, in cui già prevalevano da un lato la tendenza alla mistica degli "ismi", dall'altro lato la fuga in avanti di uomini sostanzialmente soli nel tentativo di dominarla. E per far questo, circostanza poi acclaratasi con Tangentopoli, la circolazione indiscriminata del denaro pubblico per ungere e portare il soggetto potenzialmente più forte sulla propria posizione, diventava una inconfessabile, ma necessaria prassi di governo. Al di là dei buoni fini che il politico/mediatore d'affari si sarebbe prefisso, tipo ad esempio l'approvvigionamento democratico della risorsa energetica contro il monopolio dei pozzi praticato dalle multinazionali americane. In Rosi viveva indubbiamente la passione del "documento" che portava con sè la foto di famiglia di un Paese per molti aspetti simile a quello che stiamo vivendo. Un Paese alla ricerca di una "nuova crescita", dove però ogni area del Paese, differentemente dagli anni 60/70, sconta le contraddizioni delle sue periferie urbane, delle proprie banlieu, del proprio irriducibile Mezzogiorno dove oggi, come in Francia e Germania, si giocano marginalità e conflitti tanto quotidiani quanto globali. E per questo difficilmente governabili. L'Europa che chiede "le riforme" e forse non a caso soffre di depressione economica (la deflazione) per carenza complessiva di domanda, è sostanzialmente la stessa che appare cosi  vulnerabile e impotente, anche sul piano della prevenzione dei fenomeni criminogeni, di fronte alla esportazione urbana di una "guerra" attuata dai martiri di Allah, ma finanziata ed eterodiretta in mille rivoli del cosiddetto mondo industrializzato. La ricetta renziana delle"ruspe" e del cambiamento di verso, strumentalmente basata sull'innesco dell'invidia sociale tra non garantiti e presunti garantiti, in realtà titolari di diritti, è benzina sul fuoco di squilibri che la debole Europa di oggi non riesce più a governare. E non si esce da una crisi che i principi del terrore vorrebbero strumentalizzare solo con una maggiore ricchezza individuale. I media ufficiali non se ne accorgono e preferiscono raccontare versioni di comodo. O megafonare un premier  (il principe di Rignano) che con voce stridula e tonitruante parla di "attentato" all'identità europea, mentre le nostre città vivono di commerci, filiere economiche e reti di comunicazioni condotti armoniosamente da "musulmani compatibili" cui magari si chiedono i voti alle primarie "aperte". Un regista come Francesco Rosi si sarebbe posto semmai domande sulle troppe falle che i servizi di intelligence francesi hanno dimostrato nell'occasione. E sulla libera circolazione delle cosiddette cellule del terrore. E per quale motivo la sede di un giornale così esposto alle rappresaglie del terrore non fosse stato evacuato per tempo. Occorre tornare a farci delle domande, non possiamo delegare tutto alla satira che oggi viene massacrata per l'acuminata leggerezza delle proprie caricature.

Un anno iniziato malissimo

06.01.2015 11:23

In tutta sincerità dubitiamo che nel Paese, in questo Paese modificato dall'"eccezionalismo" istituzionale e costituzionale (per dirla con Lucia Annunziata su Huffington Post, che pure è un organo della renzianissima Repubblica) possano esserci ancora dei sensori sufficientemente forti da recepire la gravità di quanto sta accadendo. Lo spaventoso arretramento culturale ha inferto colpi quasi mortali ad un idem sentire verso il concetto stesso di legalità democratica, cioè di norma (preferibilmente non retroattiva) che garantisca equità sociale in una logica se possibile progressiva e redistributiva. Il Principe di Rignano parla "alla pancia" del Paese come noto, e forse non è un caso che a farla da padrone nel prime time televisivo siano gastronomi "cattivi" e grandi pasticceri molto persuasivi. Non c'è ombra di cervelli nella comunicazione attiva e passiva, tanto vale provarci ballando sulle macerie di messaggi contraddittori che fanno sparire il principio di responsabilità da ogni tipo di valutazione politica. Un immensa coltre di pasta, verdurine, crema e cioccolato sta infatti  depotenziando le griglie critiche di un Paese per molti aspetti allo sbando. Per il Principe è molto semplice, di fronte al mare in tempesta che in buona parte lo riguarda anche personalmente, mettersi di lato e attribuire la responsabilità di quanto di anomalo accade a non meglio identificati  ladri, ai fannulloni del pubblico impiego, ai criminali che finanziano impunemente la politica traendone rendite e posizioni di forza. Al di là delle questioni di merito, infatti, sulle quali possiamo anche convenire, ci domandiamo con quale faccia si possa iniziare l'anno da "sciatore di Stato" (cioè scroccando l'ennesimo volo di piacere offerto dal Ministero della Difesa) e nello stesso tempo annunciare sfracelli nel sistema sanzionatorio del pubblico impiego facendo leva strumentale sui fatti di Roma (quelli della diserzione di massa dei Vigili a Capodanno) che semmai richiamano una specifica e inconcludente vertenza tutta interna all'iper finanziato (dallo Stato) Comune di Roma. Possibile che la mistica della "crescita" ispiri  il perdono fiscale ad ogni livello e la riduzione del fabbisogno pubblico evochi, quale misura di ultima istanza, solo la "licenziabilità dei dipendenti pubblici" non altrimenti prevista dal Jobs Act? (Anche se Ichino ha smentito) Che ne è delle migliaia di Enti Inutili che continuano a ricevere una pioggia di milioni e forse di miliardi? E delle partecipate regionali e comunali? Ci domandiamo allora come sia possibile dichiarare ai quattro venti che "la Festa è finita", quando poi poche ore prima del cenone di Natale si licenzia un Decreto legislativo che innalza le soglie di punibilità fiscale per i grandi evasori con effetto retroattivo sui procedimenti in corso o addirittura per i condannati con sentenza definitiva. (non solo Berlusconi, dunque). Ci domandiamo infine come si possa icasticamente evocare la ruspa negli Enti Locali e nel pubblico impiego quando è arcinoto (meno agli organi della giustizia ordinaria e della stessa Corte dei Conti) che il Principe (lo descrive molto bene Davide Vecchi nel suo libro "L'Intoccabile" edito da Chiarelettere) ha disposto come ha voluto (tra affidamenti diretti e spese di rappresentanza) di una trentina di milioni di euro pubblici per sostenere la propria immagine durante l'apprendistato da leader alla Provincia e al Comune di Firenze. Fino all'esito plebiscitario delle primarie "aperte". In questo caso aperte, appunto, anche ai ladri e ai fannulloni, naturalmente. Oltrechè, come è stato dimostrato, anche ai boss trasversali di Mafia Capitale. Ma, si sa, Napolitano ce lo ha insegnato per questi lunghi e interminabili anni di eccezionalismo istituzionale, politica non olet.

Livorno 2015: La descrizione di un attimo

31.12.2014 14:58

Cambiare (velocemente) verso: il ritiro della democrazia reale.

29.12.2014 10:36

TANTO DENARO NELLE TASCHE DEGLI ITALIANI

Cambiare "verso" all'economia per stimolare la crescita ed invertire la relazione con l'indebitamento pubblico. "Restituire" denaro ad alcune fasce di contribuenti per fare balenare un'astratta ipotesi di riconciliazione fiscale, ma poi accorgersi che non di redistribuzione del carico fiscale si tratta, ma di una "riduzione" quanto meno promettente che si traduce in una spesa più consistente il fine settimana (al netto dei mutui e dei prestiti da estinguere) e in  qualche deduzione fiscale per le imprese che "torneranno ad investire". 18 Mld che "tornano" nelle tasche degli italiani (fra l'elargizione degli  80 euro e sconti Irap), salvo poi accorgersi che per trasferire tanto denaro a famiglie mediamente abbienti e ad imprese storicamente protette (non stiamo infatti  parlando infatti ne' di artigiani e commercianti alla canna del gas, nè di partite Iva inquadrate con il regime dei minimi fiscali) occorrerà espandere (grazie anche al bonus aggiuntivo di 11 mild strappato a Bruxelles) la spesa pubblica in misura tale da determinare, nel triennio, un incremento a dir poco esponenziale di entrate fiscali. Senza considerare la contabilità di quelle silenziosamente retroattive. Dunque un immenso gioco dell'oca pensato dal gruppo di comando di Palazzo Chigi per rendere inoffensiva qualsiasi obiezione redistributiva che non colga "il verso" (quale? normalmente ce lo spiegano ad alta voce Repubblica, Corsera e i quotidiani di Riffeser) del cambiamento.


LA ZAVORRA DEGLI ENTI LOCALI

Non è indifferente a quest'ultimo passaggio, tutt'altro che incidentale, la rivalutazione degli estimi sul patrimonio aziendale e residenziale introdotta con la delega fiscale. Immaginiamoci i Comuni, stangati per altro verso dal taglio dei trasferimenti e dal Patto di Stabilità, che avrebbero fatto se, come il Principe di Rignano aveva in un primo tempo annunciato, avessero potuto massimizzare le aliquote della Local Tax a partire dal 2015. Il problema è che questa misura è stata improvvisamente congelata, di detrazioni fiscali a scalare sui redditi familiari non se ne parla più, e allora agli Enti Locali non resta che "accorpare" velocemente funzioni e competenze (le Regioni) e/o tagliare o aggravare una base imponibile mediamente colpita dagli effetti della crisi (i Comuni). E se, a partire dal 2015, la ricchezza nazionale non tornerà a crescere di almeno mezzo punto (l'ipotesi "astratta" di una crescita facilitata dalle nuove misure sul mercato del lavoro), nel 2016 scatteranno le clausole di salvaguardia (non trattabili politicamente) che prevedono un relativo incremento di tre aliquote Iva e delle accise della benzina. Come dire, nel 2015 ci giochiamo l'intera posta, perchè si acquisterà, si consumerà e probabilmente si assumerà a più non posso grazie rispettivamente agli 80 euro, ai bonus bebè e al Tfr svincolato dai fondi di previdenza complementare (tutte misure che ci costano su base annua almeno 10 miliardi di euro), e ad aliquote Iva congelate.


TI AIUTO SE ASSUMI E LICENZI

Senza considerare gli effetti di un Jobs Act che consentirà di assumere a costo zero e di licenziare individualmente e collettivamente alla prima interruzione di fornitura o alla prima contrazione di mercato senza alcuna prospettiva di reintegro per il lavoratore già depotenziato sul piano economico e contributivo (si veda il prospetto sotto). Tutto il resto lo fa, come alcuni osservatori hanno evidenziato, un assemblaggio caotico di norme che ha caratterizzato la stessa Legge di Stabilità. Un testo probabilmente ignoto nella sua organicità, al pari di quanto sta avvenendo per i decreti attuativi del Jobs Act, agli stessi sostenitori del Principe di Rignano,


IL FUTURO TRA DISINTERMEDIAZIONE E CRESCITA

Ma sappiamo (ce lo spiegano ogni giorno religiosamente il Tg1, Repubblica, Corsera e i quotidiani di Riffeser) che per cambiare verso e proiettarsi negli andamenti "a medio" del mercato del lavoro e dei consumi occorre rimuovere l'ossessione normativa dei testi parlamentari e soprattutto praticare quella "disintermediazione" di ogni atto politico e sindacale cara al Principe di Rignano. Un cambiamento di "verso" che porta al congelamento dei contratti pubblici, al demansionamento individuale nel rapporto di lavoro privato e pubblico, al ridimensionamento di ogni apparato amministrativo di ambito locale e centrale. In questo contesto restano Lui, il Principe, e un ipotetico cittadino, che magari spende e assume grazie ai benefici virtuali della disintermediazione statale, regionale e comunale. Bastano e avanzano alla democrazia del consenso. Un meccanismo, quello della fiducia massimale tra il Principe e il suo suddito televisivo, che abbiamo già visto operare con le primarie "aperte", con il partito "scalabile" e, purtroppo, con Mafia Capitale.

Nogarin, il tempo delle scelte fra Super Renzi e la crisi.

28.12.2014 11:05

Non è stata una conferenza stampa di fine anno come eravamo abituati a conoscerle e a subirle. Dopo 195 gg. dalle giornate di Giugno la curiosità per ciò che il Sindaco Nogarin sarà finalmente in grado di dimostrare di qui al prossimo semestre è ancora forte, almeno fra gli osservatori quotidiani del suo operato. E' un Nogarin molto diverso da quello versione yachting club della campagna elettorale, quando con un abbigliamento da "mozzo" riuscì a irretire con modi semplici e immediati anche chi in condizioni normali non l'avrebbe mai votato. Oggi indossa il vestito delle grandi occasioni, consapevole che l'operazione di cambiamento che ha sposato come una "missione"comporta politiche fiscali selettive (nei confronti dei possessori di immobili e delle classi di reddito beneficiarie  del trasferimento renziano degli 80 euro), un inasprimento tariffario della Tari (rifiuti) e un intervento sommario sul welfare di casa nostra (comunque da ristrutturare in base ai nuovi indici di gravità generazionale) che comporterà costi sociali non indifferenti. Nogarin come noto "non ha voluto" la Norimberga di chi l'ha preceduto e oggi si assume la piena responsabilità politica di scelte impopolari. I volti tesi dei suoi Assessori, a parte quello quasi hippie dell'Assessore al Bilancio Lemmetti, connotano questo passaggio che la sessione di bilancio ha se possibile drammatizzato. "Siamo di fronte a un passaggio lacrime e sangue", ha affermato Nogarin, esattamente come le nuove imposizioni dell'addizionale Irpef (+2.2 milioni di gettito preventivato), dell'Imu (+2.3 milioni) e soprattutto della Tasi (+6,7 milioni) stanno li' a dimostrare, al netto delle probabili correzioni in progress. Per una città mediamente abbiente, che ha fatto della proprietà della prima e della seconda casa una specie di culto, è una mazzata niente male. Ma appare anche, conti alla mano, una via obbligata per rimontare la scure dei tagli governativi (che nel triennio ammonta a circa 19 milioni di euro) e il difficile Niagara dell'indebitamento strutturale di una controllata strategica come Aamps. Quest'anno la ricarica di Aamps vale 5 milioni di euro ed assume le caratteristiche di un acrobatico prestito-ponte, direttamente concesso a condizioni agevolate  dalla Tesoreria del Comune. Ma Aamps per sopravvivere si arrampica su livelli tariffari mai visti. Circa 35 milioni più Iva il costo di un servizio (raccolta  e smaltimento rifiuti solidi urbani) nella cui tariffa vengono ribaltati gli effetti contabili delle morosità legate ai cosiddetti crediti inesigibili. Insomma, l'Azienda interamente partecipata dal Comune, che opera anche come riscossore della tariffa e intermediario-garante della riscossione anticipata delle fatture trimestrali presso una nota società di factoring, alza bandiera bianca di fronte all'evasione rivalendosi nei confronti della platea dei contribuenti in modo sostanzialmente lineare. Inutile aggiungere che se Aamps nel 2015 non ridurrà i costi operativi, non farà investimenti e soprattutto non ridurrà il fabbisogno finanziario corrente, rischierà di collocarsi su un binario morto gettando all'aria tutte le prospettive di riconversione operativa cullate generosamente dallo stesso Nogarin e dall'Assessore all'Ambiente Gordiani per il prossimo triennio. Tra le linee di mandato del Sindaco, che costituiscono una parte significativa della manovra,  le sovvenzioni necessarie per sostenere a furor di popolo due istituzioni splendide ma costosissime come l'Istituto Mascagni di Livorno e la stessa Fondazioni Goldoni. Il  nostro pensiero a questo riguardo è noto. Non basta difendere la tradizione, ma occorre avere il coraggio politico di rivedere statuti e assetti istituzionali. La cultura locale, al di là delle chiacchiere, deve tornare ad essere policentrica se non vuole prodursi solo attraverso Internet e dunque rendersi irrilevante e impersonale nello stesso contesto cittadino. Nella visione "lacrime e sangue" di Nogarin, insomma, entrano molte delle preoccupazioni che oggi impediscono ad un Ente Locale di fare una corretta programmazione finanziaria. E soprattutto di  provvedere al proprio quadro economico con risorse certe e un gettito fiscale costante che non imponga scelte recessive. Si profila da questo punto di vista uno scontro duro con l'impostazione finalistica del Governo Renzi. Lo Stato, insomma, per finanziare un maxi trasferimento a famiglie mediamente abbienti (i beneficiari degli 80 euro) e uno sconto non decisivo alle imprese taglia i servizi e gli apparati degli Enti Locali. E baratta la riduzione dei trasferimenti con un presunto maggior spazio finanziario strappato al Patto di Stabilità. Circostanza che può assumere un rilievo devastante nelle realtà di crisi come la nostra dove le Aziende spariscono, i fabbricati si trasformano e in generale la base imponibile territoriale si abbassa da sola. Senza considerare, di riflesso, un Welfare, anche comunale, ormai inadeguato a sostenere le espressioni diffuse di nuova povertà, aggravate dall'esaurimento tendenziale degli ammorizzatori sociali straordinari. Ce la faremo ad agganciare "la crescita" prima di scioglierci nel limbo di una Detroit dell'Alto Tirreno? Diventeremo tutti più eguali e di conseguenza più ricchi con qualche soldo in più in tasca? Questa sarebbe la ricetta di Renzi e delle sue teste d'uovo, ma è da vedere se ricette del genere possano essere colte e insediarsi in una realtà che solo pochi mesi fa ha storicamente voltato le spalle al Pd. La parola dunque a Nogarin, ma anche a tutti coloro che hanno convintamente contribuito alla sua elezione.

Jobs Act

18.12.2014 18:18

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