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Nella terra dei conflitti di interesse (non solo quello berlusconiano) e dei sottrattori di bene pubblico (oltrechè dei simulatori di verità)..., dove lo spreco si confonde con la miseria, dove non sai mai quello che ti capita... ma ormai ci sei abituato... e se capita non ti meravigli più, dove per vincere una battaglia non occorre coraggio ma capacità economica.... abbiamo deciso (vestendo tutto il coraggio possibile) di andare contro corrente e di mettere a nudo realtà spesso soffocate dai giochi di potere in grado di pilotare l'informazione direzionandola un po' qua, un po la, ma mai dove realmente e in maniera trasparente dovrebbe andare.

La nostra esperienza nel mondo civile ci ha permesso di affrontare varie argomentazioni e documentarle con video, immagini e commenti audio.

 

In questo sito potrete rendervi conto personalmente di quanto possa essere facile "non dire" cose sconvenienti e sostituirle con frasi di eccellenza che attirano popolarità e deviano l'attenzione.

 

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Articoli

Pozzi avvelenati

14.03.2018 10:01

https://www.corriere.it/politica/18_marzo_13/m5s-maio-no-governo-istituzionale-o-tutti-775caf34-26c9-11e8-a3a0-e47b0114fbef.shtml

Crozza: la riunione fra Mattarella,Emiliano e Gentiloni per far fuori Renzi.

14.03.2018 09:59

https://www.affaritaliani.it/coffee/video/spettacoli/crozza-la-riunione-fra-mattarella-emiliano-e-gentiloni-per-far-fuori-renzi-529398.html

Le incognite della democrazia 2.0

12.03.2018 09:26

A una settimana e più dalla chiusura delle urne si avvertono nitide le conseguenze da "avvelenamento dei pozzi" che i fautori del Rosatellum (legge elettorale ordinaria) avevano preventivato "se le cose non fossero andate come le previsioni". Sul piano politico il patto storico tra Renzi e Berlusconi non è decollato non tanto, o comunque non solo, perchè il  primo fosse diventato ai più insopportabile ("stava sul cazzo a tutti" ha detto un mirabile Crozza) ed il secondo  tecnicamente "incandidabile" oltrechè pregiudicato. No, il patto prefigurato non è decollato perchè il voto, nonostante tutto, ha a suo modo liberato energie sociali centrifughe (e alternative) che si sono diversamente collocate, grazie alla canalizzazione istituzionale di un voto che tra le altre cose ha fatto registrare una notevole partecipazione. Gli schemi di contenimento delle coalizioni sono risultati fragili, o comunque puramente funzionali alla logica di un sistema elettorale efficacemente contraddetto dal "voto utile", che questa volta ha premiato chi, come il M5S, non ha inteso coalizzarsi con nessuno ritenendosi esso stesso una "coalizione si, ma di cittadini". In una fase tutt'altro che espansiva, come quella amministrata dall'astuto Gentiloni, i comitati elettorali del centro sinistra e del centro destra non funzionano più di tanto. Le coalizioni valorizzate dal sistema elettorale non fanno immaginare il cambio di passo, nè tanto meno alimentare l'immaginario delle "mani libere". E neanche le raccomandazioni di un Cottarelli o di una Fornero, che continua ad avere incredibilmente utenza televisiva, possono anteporre la questione molto tecnica delle coperture finanziarie a quella di provvedimenti organici che inseriscano almeno un quarto di società italiana in un progetto di reinserimento sociale e lavorativo senza che la popolazione più garantita debba restare a lavorare fino a 70 anni. Europa o non Europa. Senza questo trade off non ci sarà mai, nel medio termine, una crescita apprezzabile che garantisca una seria redistribuzione di risorse, ben oltre  l'attuale accozzaglia di trattamenti assistenziali (dai costi molti superiori allo stesso reddito di cittadinanza) maturata sul credito anticipato (e da restituire) della flessibilità europea. Il famoso "patto riforme contro flessibilità" di marca renziana, omaggiato a più riprese dalla grande stampa e oggi messo nel mirino della critica. Le istanze, giuste o sbagliate che fossero, provenienti dai territori, sono state insomma più forti di quell'alambicco elettorale che avrebbe voluto congelarle nella neutralità della protesta o ricondurle all'irrilevanza di un'indignazione individuale o di gruppo sociale. E' vero, la sera delle elezioni non c'è stato il vincitore come avrebbero voluto Scalfari e Veltroni, ma probabilmente, per l'eterogenesi dei fini, è accaduto qualcosa di più importante. Una sorta di democrazia 2.0 difficile da interpretare con le tradizionali categorie di destra e sinistra e che fa ammattire le firme più autorevoli dei grandi gruppi editoriali. Improvvisamente la società italiana per costoro  è diventata un puzzle impazzito, come se, nei cinque anni precedenti, la narcosi somministrata dal trio Monti Letta Renzi (tutelati dal sistema mediatico) fosse venuta definitivamente a capo di un Paese naturalmente incattivito e popolato di tanti Robinson Crusoe dalla faccia scura. Una condizione di disagio tutt'altro che virtuale e aggravata non da una sorta di impazzimento generale, ma dal perpetuarsi (aggiungiamo noi) di alcuni privilegi (e di molte impunità penali e fiscali) che rendono insopportabile il tran tran quotidiano della crisi per chi non può vantare santi in paradiso o non può riciclare altrove le proprie rendite finanziare. La campagna elettorale, noiosa o cattiva secondo più di un osservatore, non ha invece generato dispersione del voto e sostanziale disinteresse. Tutt'altro, e semmai questa grande adesione "populista" al voto  si è probabilmente manifestata proprio per neutralizzare quel dispositivo di "fermo istituzionale" che i regimi democratici sulla via della paralisi operativa (in questo caso col Rosatellum) lasciano innescato per impedire il proprio superamento. L'avvelenamento dei pozzi, appunto. La possibilità cioè che il voto del vincitore,incontestabile in valori assoluti, venga tecnicamente depotenziato o in subordine utilizzato   per dare vita di qui all'eternità a coalizioni "contronatura". Come sarebbe stata quella fra Pd e Forza Italia o come potrebbe diventare  quella fra Pd e Cinque Stelle, se non venisse supportata da una seria intesa programmatica con una ricaduta altrettanto seria sui territori amministrati dagli uni o dagli altri. Che senso avrebbero, ad esempio, l'unità nazionale per "fare gli interessi del Paese", e poi, sui territori, l'armata di giornali e Procure locali che si coalizzano (come sta avvenendo a Roma, Torino e Livorno) per far fuori il sindaco malcapitato (e questo si' eletto dai cittadini e privo di immunità penale) di turno. D'altra parte una mera spartizione di posti, oltretutto tra i palazzi romani, non sarebbe capita dagli incazzati, pronti a punire gli uni e gli altri al prossimo appuntamento elettorale.

Moby Prince, un caso ancora aperto. (di Frando Busoni)

12.03.2018 09:25

Si trova in rete la “Relazione finale” della “Commissione parlamentare d’inchiesta sulle cause del disastro del traghetto Moby Prince”, istituita con deliberazione del Senato della Repubblica del 22 luglio 2015.

Si tratta di 130 pagine suddivise in due parti, “Esiti della Commissione” e “Le attività della Commissione”, con 359 pagine allegate di relazioni tecniche.

Il “disastro” fu quello della collisione poco prima delle ore 22,25 del 10 aprile 1991 fra il traghetto Moby Prince della Navarma S.p.a. appena uscito dalle aree portuali di Livorno e diretto a Olbia e la petroliera Agip Abruzzo, alla fonda nella parte sud della rada.

Il Moby Prince aveva una lunghezza di circa 116 metri, una larghezza di poco più di 19 metri e un’altezza del ponte principale di circa 7 metri.

La sera del 10 aprile 1991 portava a bordo 141 persone, fra passeggeri e membri dell’equipaggio. Nella tragedia ne morirono 140.

La petroliera Agip Abruzzo era lunga 330,70 metri, larga poco più di 50 metri, altezza 25,60 metri, portata di 230.000 tonnellate.

Al momento della collisione aveva un carico dichiarato di 82.000 tonnellate di petrolio greggio. Tutto l’equipaggio fu tratto in salvo.

 

A conclusione di 30 mesi di lavoro, a 26 anni di distanza dal disastro, la Commissione riconosce di non essere in grado di chiarire tutti i punti oscuri.

Quale fosse la posizione di fonda della petroliera, quale il suo stesso tragitto prima di arrivare a Livorno, quale la causa della “alterazione” della rotta di navigazione del Moby Prince che portò alla collisione rimangono ancora domande aperte.

 

Quello che la Commissione intende fare con grande determinazione è ribaltare letteralmente la narrazione presente nella “memoria collettiva”.

Non c’è collegamento fra il disastro del Moby Prince e “la nebbia”, la morte dei 140 passeggeri e membri di equipaggio uccisi dal fuoco e dal fumo non fu cosa di  “pochi minuti”,  la causa della tragedia non fu “l’errore umano”, una “distrazione, forse anche per una partita di calcio”.

C’era “ottima visibilità”; è “non compatibile” con gli elementi raccolti “l’ipotesi di una morte rapida e quasi contestuale di tutte le vittime”; non ci fu mai ”disorganizzazione interna al Moby Prince”, al cui  equipaggio (o quanto meno a una parte di esso) va riconosciuto che “avrebbe potuto mettersi in salvo, ma non abbandonò la nave e cercò di porre in salvo tutti i passeggeri”.

Ci fu, invece, “sostanziale assenza di coordinamento dei soccorsi verso il traghetto”, “impreparazione e inadeguatezza”, incredibilmente nessun “contributo” volto a segnalare e rintracciare ”il secondo natante” coinvolto nella collisione oltre alla petroliera, mancanza totale di “collaborazione delle altre navi alla fonda in rada o in transito nella zona”.

 

Alla Commissione evidentemente non può sfuggire che la narrazione sul caso Moby Prince che intende ribaltare è in primo luogo il frutto avvelenato del “percorso giudiziario”.

Il primo processo dal 1995 al 1998 si concluse con l’assoluzione di tutti e quattro gli imputati, tre del Corpo della capitaneria e uno dell’equipaggio della petroliera, imputati del resto di reati minori.

La cosiddetta “inchiestabis”, riaperta nel 2006 sulla base di elementi presentati dai familiari del comandante Chessa, è archiviata nel 2010. “A questo punto, sgombrato il campo da ricostruzioni viziate da suggestioni, cattiva conoscenza e interpretazione degli atti processuali e interessate forzature, è doveroso ricostruire il sinistro individuando le reali cause dello stesso … causa della tragedia - anche se è doloroso affermarlo - è dunque individuabile in una condotta gravemente colposa, in termini di imprudenza e negligenza, della plancia del Moby Prince”, recita larichiesta di archiviazione della  Procura della Repubblica di Livorno che il GIP di Livorno accoglie.

Con l’archiviazione c’è “la sostanziale conferma”, osserva la Commissione, “del combinato disposto nebbia-errore umano fattori concomitanti”.

 

La Commissione, considerato tutto questo, non può fare a meno evidentemente di “ravvisare” quelle che eufemisticamente chiama “criticità nel percorso giudiziario”.

“Durante gli anni d’indagine il sostituto procuratore De Franco … svolgeva anche la sua attività ordinaria”, si legge ancora: “E’ ragionevole che si possano prendere in considerazione questo dato e la limitatezza di mezzi di una piccola procura come l’origine di molte delle difficoltà delle indagini ovvero di una forte esposizione alle enormi pressioni di cui sembra essere stata oggetto, sia in termini diretti, dai familiari delle vittime, sia in termini ambientali”.

 

“Forte esposizione” a“enormi pressioni”?

I familiari delle vittime hanno animato due associazioni, l’associazione “140” e la “10 Aprile”, per chiedere verità e giustizia e alle loro “pressioni” sembrerebbe si fosse resistito assai bene. Solo adesso dalla Commissione senatoriale e dopo 26 anni hanno la loro “verità”, anche se solo ”storica”.

 

Ma quali sarebbero state invece le “enormi pressioni … in termini ambientali”?

Non abbiamo risposte dirette dalla Commissione, si trovano solo delle tessere di un mosaico sparse qua e là nelle pagine della relazione che sta al lettore ricomporre.

Proviamo a raccoglierne alcune, cominciando, dopo una prima lettura, dalle ultime pagine della relazione e risalendo lentamente a ritroso fino alla “Premessa”.

 

Tessera uno

 “Un aspetto importante riguarda il controllo radar o satellitare della rada da parte del Governo degli Stati Uniti, tenuto conto della base militare statunitense di Camp Darby”, si legge nelle “incongruità rilevate” dalla Commissione. L’autorità giudiziaria inquirente a Livorno all’epoca dei fatti “chiese informazioni alle autorità straniere (Stati Uniti) tramite canali diplomatici … Ben nota è la semplificazione della risposta ricevuta, secondo cui il Governo degli Stati Uniti non procedeva a un controllo dei Paesi alleati”, osserva la Commissione.

Ma “altre” avrebbero dovuto essere “le strade d’interlocuzione con autorità straniere rispetto ai tradizionali contatti diplomatici … quando si tratta di richiesta d’informazioni d’interesse dell’autorità giudiziaria”.

La procura di Livorno avrebbe potuto/dovuto “compiere i propri atti passando attraverso la procura generale presso la Corte d’appello”, secondo quanto previsto dal decreto del Presidente della Repubblica 2 dicembre 1956, n.1666, come esaurientemente ha spiegato nell’audizione .del 16 marzo 2017 il professore Natalino Ronzitti, ordinario di Diritto internazionale presso l’Università Luiss “Guido Carli” di Roma. Ma così la procura di Livorno non fece.

 

Tessera due

La Commissione, dopo aver scritto di avere acquisito documenti che “attestano operazioni di bunkeraggio notturno”, avanza l’ipotesi che ci possa essere stato un impatto del Moby Prince con un natante diverso dalla petroliera come causa della deviazione dalla sua rotta di navigazione. Tuttavia questa ipotesi non ha potuto trovare conferma, scrive la Commissione, “con ulteriori prove o approfondimenti”, data  la documentazione acquisita dalla Commissione, anche se “tale documentazione riporta deformazioni sui ponti del Moby Prince  … incompatibili con l’Agip Abruzzo”.

 

Tessera tre

“La presenza in rada di navi militari e militarizzate è stata oggetto, nel corso degli anni, di lunghe discussioni e aspre polemiche … La fine della prima guerra del Golfo del 1991, la movimentazione di materiale bellico di ritorno dal Kuwait nel Mediterraneo hanno aperto una serie d’ipotesi, più o meno verificabili, più o meno attendibili …”, scrive la Commissione dopo che il 31 marzo 2016 ha sentito in audizione il giornalista Enrico Fedrighini, che aveva rappresentato alla Commissione la necessità di indagare su ciò che stava avvenendo in rada prima e al momento della collisione, avanzato l’ipotesi che “il ritardo dei soccorsi” fosse stata la conseguenza della necessità di fare allontanare imbarcazioni non identificate impegnate in traffici (armi e carburante, che in guerra è prezioso più delle armi) che non si dovevano “scoprire” dal luogo della collisione.

 

Tessera quattro

La Commissione sente anche, il 15 marzo 2017, l’ingegner Comerio. Giorgio Comerio è l’ingegnere di Busto Arsizio che negli anni 90 progettava di inabissare le scorie nucleari sui fondali marini servendosi di siluri penetratori, inquisito da diverse procure italiane ma mai condannato per reati ambientali.

In un’intervista del 17 febbraio 2017 l’onorevole Alessandro Bratti, presidente della “Commissione  d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti”, aveva parlato di documenti Sismi desecretati. Il giornalista Ignazio Dessì gli chiede: “Un altro caso ritornato sotto i riflettori dopo la vostra desecretazione dei documenti Sismi è quello della Moby Prince … In che modo il Sismi collega la vicenda della Moby Prince ai traffici di cui abbiamo parlato?

“L'affondamento della Moby Prince è stato inserito dall’intelligence – risponde l’onorevole - in uno schema, una mappa concettuale, dedicato al traffico di materiale bellico recuperato, di scorie nucleari e armi che porta a ipotizzare un collegamento con l’affondamento della Moby .”

La mappa sarebbe stata inviata il 3 aprile 2003 alla Divisione ricerca e anti proliferazione del Servizio segreto militare e accanto alla mappa vi è anche una nota su Giorgio Comerio. Il “traffico di materiale bellico recuperato, di scorie nucleari e armi” sta anche come sfondo all’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.

Ovviamente la Commissione dall’audizione dell’ingegnere non ricava elementi per la comprensione della “mappa concettuale” del Sismi, ma trova che anche l’ingegnere spiega il disastro con nebbia-partita-pilota automatico- fattori concomitanti

“ … mi era sembrato – conclude l’ingegner Comerio  le sue dichiarazioni in Commissione di estraneità ai fatti davanti alla Commissione d’indagine sulla strage del Moby Prince  -  che quella sera ci fosse una partita di particolare interesse alla TV e ho immaginato che gli ufficiali di plancia siano andati a guardare la TV inserendo il pilota automatico, probabilmente in rada, e dimenticando qualche cosa.”

 

Tessera cinque

La Commissione dedica circa un terzo della sua ricostruzione dello “Scenario della collisione” a Camp Darby, scrivendo fra l’altro: “…nell’anno della tragedia, il traffico di navi militari o militarizzate da e per la base era certamente intenso … Questo spiega la presenza in rada, la notte del 10 aprile 1991, di almeno cinque navi militarizzate degli Stati Uniti”. 

Purtroppo, osserva la Commissione quando affronta il tema della manomissione del timone del Moby Prince e dei depistaggi, “… la scena dell’evento, rilevante per accertare eventuali responsabilità, non fu considerata e gestita con le dovute forme di correttezza e perizia” nel percorso giudiziario.

Perché ci fu effettivamente una manomissione al timone del traghetto, lo spostamento della leva in sala macchine da manuale ad automatico, ma “il procedimento penale concernente il tentativo di occultamento delle condizioni del timone”, osserva la Commissione,  non ha “contribuito a chiarire le motivazioni sottese al gesto compiuto, né …  le eventuali responsabilità connesse”.

 

Tessera sei

Nella “Premessa” della Relazione la Commissione trova un modo assai singolare di accostare il “disastro del Moby Prince”al “disastro di Ustica”: “poteva essere la fine di una compagnia marittima, la Navarma, come successe a Itavia dopo il disastro di Ustica. Fu probabilmente l’occasione determinante per la sua ripartenza”, scrive.

La strage di Ustica fu un incidente aereo avvenuto alle 20:59 del 27 giugno 1980 nei cieli sopra il braccio di mare compreso tra le isole italiane di Ponza e Ustica.

Nell'incidente morirono tutti gli 81 occupanti dell'aeromobile, tra passeggeri ed equipaggio.

L’ipotesi affermatasi infine come la più accreditata (anche in sede penale e risarcitoria) è che l’aereo sia stato bersagliato per errore da un missile (sparato segnatamente da un caccia NATO contro un MIG dell'aviazione libica.

A suo tempo gli inquirenti sul disastro di Ustica scrissero:

“Il disastro di Ustica ha scatenato, non solo in Italia, processi di deviazione e comunque di inquinamento delle indagini. Gli interessi dietro l'evento e di contrasto di ogni ricerca sono stati tali e tanti e non solo all'interno del Paese, ma specie presso istituzioni di altri Stati, da ostacolare specialmente attraverso l'occultamento delle prove e il lancio di sempre nuove ipotesi – questo con il chiaro intento di soffocare l'inchiesta – il raggiungimento della comprensione dei fatti [...] Non può perciò che affermarsi che l'opera d’inquinamento è risultata così imponente da non lasciar dubbi sull'ovvia sua finalità: impedire l'accertamento della verità. E che, va pure osservato, non può esserci alcun dubbio sull'esistenza di un legame tra coloro  che sono a conoscenza delle cause che provocarono la sciagura ed i soggetti che a vario titolo hanno tentato di inquinare il processo, e sono riusciti nell'intento per anni.”

 

 

Oggi, a 26 anni dal “disastro del Moby Prince”, possiamo registrare oltre alla “verità storica” ristabilita dalla Commissione per quel che riguarda nebbia, errore umano, soccorsi nella notte fra il 10 e l’11 aprile del 1991, anche un mutamento delle condizioni del porto di Livorno per quello che riguarda la sicurezza in rapporto al permanere della promiscuità fra uso civile e utilizzo militare?

Assolutamente no.

Livorno oggi è un porto in cui possono avere accesso e sostare natanti a propulsione nucleare e/o con armamento nucleare, peraltro nella totale assenza d’informazione della popolazione sui possibili rischi da incidente, che pure sarebbe disposta da specifico Decreto legislativo. Oggi è ripreso un via vai di armi e materiale bellico fra Camp Darby e il fronte in Medio Oriente così intenso da richiedere il potenziamento delle infrastrutture (ferrovia e Canale dei Navicelli, i lavori dovevano avere inizio già a dicembre), fra la base e il porto, senza un’ombra di piano di emergenza esterno.

Quando si tratta di richiesta d’informazioni d’interesse dell’autorità giudiziaria “le strade d’interlocuzione con autorità straniere” non passano attraverso i tradizionali canali diplomatici, ma  attraverso la procura generale presso la Corte d’appello, scrive la Commissione. E’ “un passaggio”, sottolinea nella sua conclusione prima dei ringraziamenti di rito, “che la Commissione raccomanda di compiere in vicende che in futuro dovessero presentare caratteri analoghi.”

Vorremmo non dover ringraziare la Commissione, oltre che della “verità storica” ristabilita sul disastro del Moby Prince (sia pure limitata a nebbia, errore umano, soccorsi), anche di questa sua raccomandazione, vorremmo che “vicende con caratteri analoghi” non si dessero mai più:sappiamo però che purtroppo nelle attuali condizioni sopra ricordate non ce lo possiamo permettere.

 

Studio Legale: Una riforma che scontenta tutti

05.02.2018 10:02

LA RIFORMA DELLE INTERCETTAZIONI, OVVERO COME SCONTENTARE TUTTI CON UNA LEGGE ASSAI SCADENTE.

Il fine dichiarato del Ministro Orlando era quello di evitare che persone e/o fatti estranei alle indagini penali finissero nel c.d. 'tritacarne mediatico' (uso virgolette e corsivo per segnare il mio personalissimo distacco dagli accoppiamenti di vocaboli in voga nei dibattiti televisivi). Intento più che lodevole quello del Ministro della Giustizia, posto che la privacy è sicuramente un valore. Anche se non direttamente presidiato dalla nostra Carta Costituzionale, ad essa, comunque, riferibile, ed in ogni caso tutelato dalla legge, attraverso una disciplina che, come tutti sapete, è estremamente complessa ed articolata. Il problema è che, per raggiungere quest'obiettivo, si sono toccati altri diritti, certamente di rango costituzionale. E, questa è una mia personale opinione, ben più rilevanti nell'ambito della nostra carta fondamentale. La stampa, più o meno concorde, denuncia che si sarebbe attentato al diritto alla libertà di manifestazione del pensiero, cui è correlato quello all'informazione. Ma, soprattutto, si è attentato al diritto di difesa, che è quello che a me più interessa per deformazione professionale. Diritto di difesa che, nel processo penale, è funzionale alla salvaguardia della libertà personale, oggetto di un ulteriore diritto inviolabile. Il diritto di difesa è previsto all'art. 24 Costituzione, che, al secondo comma, recita: “la difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento”. Relativamente al denunciato sacrificio del diritto all'informazione lascio, per il momento la parola agli amici giornalisti, che hanno penne ben più affilate della mia. Non senza segnalare, comunque, che le notizie dovrebbero esser date correttamente e nel rispetto della legge, salvaguardando la presunzione di non colpevolezza, e spesso non è così. Ma questo è un tema così complesso da afrci perdere la bussola. Quanto al diritto di difesa, invece, mi sia consentito – da semplice avvocato che frequenta le aule di giustizia - spendere qualche considerazione. Questa l'idea del Ministro Orlando: siccome le notizie che riguardano vicende e persone estranee al processo penale fuggono all'esterno con gravi effetti collaterali e siccome son troppi coloro che, nel sistema (ante riforma), possono favorire quelle fughe, restringiamo il cerchio, mettiamo nelle mani delle sole Procure la responsabilità delle intercettazioni, in modo che, ogniqualvolta i giornali pubblicheranno chiacchiere che riguardano persone e fatti estranei al processo, sapremo chi andare a cercare. Il nostro Osservatorio sull'informazione Giudiziaria ha recentemente pubblicato un interessante volumetto, il 'libro bianco' su “L'informazione Giudiziaria in Italia”, che contiene una ricerca capillare sui contenuti degli articoli di cronaca giudiziaria pubblicati dai maggiori quotidiani italiani. Per farla doverosamente breve, in questa ricerca, si è tra l'altro verificata la pubblicazione delle intercettazioni, per scoprire che esse sono tutto sommato rari i casi in cui hanno riguardato soggetti e vicende estranei alle indagini (7 casi su 100), tal che non può certo affermarsi che quella rappresentata dal nostro Ministro fosse un'emergenza tale da giustificare un intervento legislativo che, per lo meno riguardo al diritto di difesa, sembra foriero di veri e proprio disastri. Se alla difesa si concedono soltanto 10 giorni (prorogabili una sola volta) per ascoltare intercettazioni telefoniche ed ambientali, che, magari, hanno richiesto mesi di captazione (ciò avviene quasi sempre), e non possono, come invece prima avveniva, estrarre copia dei supporti (CD DVD) contenenti la registrazione delle conversazioni intercettate (con la possibilità, quindi, di ascoltarle con la necessaria calma ed attenzione), anche un bambino può capire che si vanifica il diritto di accedere ad un mezzo di ricerca della prova di importanza fondamentale. Vi assicuro che non è infrequente che un attento ascolto delle conversazioni intercettate consenta proprio alla difesa di mettere in evidenza argomenti di prova decisivi a tutela dell'indagato. La faccio breve e concludo: questo è uno di quei casi in cui sicuramente il fine non può giustificare i mezzi. Noi avvocati delle Camere Penali siamo al lavoro per chiedere un'immediata modificazione di questa disciplina che riteniamo profondamente perniciosa per l'esercizio del diritto di difesa, ma, a quanto percepisco, non siamo i soli, atteso che anche alcune Procure della Repubblica sono pronte a chiedere modifiche, e quando si muovono loro di solito le modifiche arrivano Come vedete Orlando ha scontentato tutti: avvocati, giornalisti, pubblici ministeri. E quando una legge  è sgradita a tout le monde forse è meglio riflettere e fare un passo indietro.

Avv. Marco Talini

Persone e pressioni. Una Var per la politica

22.01.2018 10:13

LA FUNZIONE RIEDUCATIVA DELL'ARBITRAGGIO

Un po' di tempo fa mi trovavo a Parigi e rimasi colpito da una trasmissione televisiva che raccontava al grande pubblico i sistemi di riabilitazione "alla legalità" che erano in uso, per una determinata casistica di reati, negli Istituti di Prevenzione e Pena della regione parigina. Insomma, alcuni condannati espiavano parte della propria pena "arbitrando" partite di calcio che venivano organizzate a questo scopo all'interno degli stabilimenti di pena. Immaginatevi un corrotto o un concussore, ma anche un condannato per reati finanziari, tipo l'insider trading di cui si è parlato in occasione del decreto di trasformazione delle banche popolari in Spa, alle prese col fischietto per regolamentare il normale svolgimento di una partita di calcio. Lui, l'uomo (o la donna) colpito/a dalla sanzione sociale e mediatica del reato, che per recuperare la propria dignità reputazionale e giuridica applica a sua volta un complicato regime sanzionatorio nei confronti di potenziali trasgressori delle regole della partita sociale, in quel caso "scalata"al livello di una partita di calcio.

LA SECONDA POSSIBILITA

Un modo sicuramente serio di giocarsi una seconda possibilità all'atto del proprio reinserimento nella cosiddetta società civile, una volta scontata la pena convenzionale. Un esempio probabilmente banale per capire come l'esecuzione (interna o esterna) della pena  passi attraverso la ritrovata consapevolezza di potere essere determinanti un giorno nella mediazione di un conflitto, nella prevenzione di un danno patrimoniale, nella possibilità insomma di non subire passivamente gli eventi conseguenti ad un accordo verbale o ad un contratto finito male,ma di potere essere a nostra volta "arbitri" di qualche cosa.

L'USO POLITICO DELLA FUNZIONE ARBITRALE

Del resto quante volte, uscendo dalla metafora rieducativa, politici ed amministratori hanno reagito ad uno scivoloso imprevisto, cercando essi stessi di diventare "arbitri" di una situazione che stava sfuggendo loro clamorosamente di mano. Lo ha fatto Berlusconi, scudandosi dietro quel ruolo di capo del Governo, acquisito per via democratica, che gli avrebbe però consentito di sanare i debiti delle proprie aziende e poi di quotarle in Borsa; lo ha fatto Renzi, quando ha cercato di utilizzare l'Arma dei Carabinieri per mettere un cappello definitivo su quella vicenda Consip  che avrebbe coinvolto il padre e un suo fedelissimo posto politicamente a capo della centrale acquisti della Pubblica Amministrazione; lo ha fatto il sottosegretario Boschi, quando ha interpellato perfino la Consob, diventando di fatto arbitra di acquisizioni bancarie, per venire a capo della situazione pre fallimentare dell'Istituto di cui era amministratore suo padre. In un certo senso lo ha rifatto Renzi con la soffiata sui titoli delle Popolari prossime alla quotazione in Borsa  a favore del brooker di De Benedetti, con Consob e Procura di Roma che però hanno rapidamente escluso pressioni governative  rispetto ad una operazione di palese insider trading partita da Palazzo Chigi.

SINDACO, ARBITRO O DOMINUS?

Lo hanno fatto ahinoi, salvo assoluzioni e proscioglimenti, anche Virginia Raggi e Filippo Nogarin, quando, per svincolarsi la prima dal controllo intimidatorio dei fratelli Marra sulle nomine in Campidoglio e per ristrutturare il secondo (sempre nel quadro di uno spoil system all'americana) un servizio di protezione civile comunale che avrebbe però dimostrato la propria inadeguatezza di fronte alla tragica alluvione  di settembre, sono diventati loro malgrado arbitri di una situazione che ormai deviava da un rigoroso rispetto della norma amministrativa, con possibili conseguenze di tipo penale. Fermo restando che l'impunità "governativa", di cui ricorrono migliaia di esempi di ogni colore, non si sedimenterà mai al livello di una amministrazione locale, dove se sei condannato in primo grado te ne devi comunque andare. (non prima)

LA POLITICA SI ANNETTE LE FUNZIONI ARBITRALI

E' questo uno scenario molto simile, per l'appunto, a quello in cui l'arbitro, non a caso definito il "direttore di gara", è chiamato a decidere in una frazione di secondo su un calcio di rigore, un fuorigioco o  un'azione  fallosa, comunque difficili ad essere inquadrati ad occhio nudo, tenuto anche conto della velocità dell'azione. Ora, di fronte a questa eventualità, il calcio e la politica hanno scelto di agire in modo diametralmente opposto. Il calcio ha istituito la Var, proprio per correggere, sia pure a posteriori gli errori dell'arbitro (e non tutti gli arbitri, come ad esempio Calvarese in Cagliari Juventus, la osservano) mentre la politica tende ormai inesorabilmente ad annettersi anche le funzioni arbitrali. E quasi mai per praticare un sano progetto di riabilitazione e reinserimento nel sistema sociale. Ma il più delle volte per legittimare (e dunque escludere) pressioni su/da organi e funzioni che dovrebbero semmai operare in condizione di massima terzietà o di autonomia gestionale.

                  Henry Brubaker

L'apocalisse (o quasi). Passaggio al 2018

01.01.2018 13:33

IL GOVERNO DEI POCHI

Fine legislatura col botto, confezionata dal duo Mattarella Gentiloni per fare passare nel silenzio una legge di bilancio da 28 mld che, per quanto possibile, "surfa" su un quadro economico migliorato, ma comunque selettivo. In fondo ha vinto il discusso Eugenio Scalfari. Il "governo dei pochi", nonostante il tanto temuto populismo, è ancora in sella  e per stessa ammissione di Gentiloni, continuerà a deliberare a Camere sciolte nella pienezza dei poteri. Un passaggio quasi eversivo, che però si compie in paradossale continuità con il recente passato. Infatti  da quando Draghi e Trichet licenziarono Berlusconi, nel secondo semestre del 2011, il Paese non ha più avuto un governo legittimo. Ma questo Paese sta male e l'economia reale arranca (Gentiloni gestirà una nuova manovra correttiva di 5 mld), mentre la finanza dei cosiddetti poteri forti  non crea più illusorie aspettative, ma buchi da riempire con la fiscalità generale e la copertura mediatica dei propri quotidiani. Che fortunatamente nessuno o quasi legge più.

L'USO POLITICO DELLA FLESSIBILITA'

Il meccanismo del consenso, in fondo, è sempre lo stesso. Un meccanismo astutamente certificato nel corso di un'intera legislatura da Renzi e Gentiloni con le anticipazioni (talora farlocche) di Istat, Inps e "palazzi e stampa" collegati sugli indici di crescita e  la discesa degli inattivi (solo perchè si limitano a cercarlo, il lavoro) che fanno molta "occupazione". E ora non resta che utilizzare quel poco che rimane in cassa (grazie allo sconto di nove miliardi della Ue), per neutralizzare le clausole di salvaguardia (aumento di Iva) e "sostenere" i nuovi protagonisti della spesa sociale (mamme e/o padri con i rispettivi figli, non necessariamente italiani d'origine) nella speranza che le nuove e le nuovissime generazioni possano sostenere la crescita attraverso il miglioramento della capacità di spesa dei propri genitori. Sarà interessante verificare se e come  le cosiddette opposizioni sapranno o vorranno modificare questo quadro, e in quale direzione, durante una campagna elettorale comunque supervisionata da Mattarella e Gentiloni.  

SOLI ALLA META:IL WELFARE DELLE OPPORTUNITA(INDIVIDUALI)

In  fondo il nuovo Welfare è questo, si tratta di capire solo quanto ci costa con esattezza, e lo Ius soli (che pure costituirebbe un valore costitutivo della cittadinanza italiana) appare solo la credenziale aggiuntiva di una integrazione che è nei fatti ed è scadenzata dalle prestazioni di sostegno al reddito. Cambia solo la prospettiva; ci si unisce nella maggior parte dei casi per realizzare il credito dei bonus familiari o dei diritti civili di nuovo conio. Mentre si perdono di vista le spettanze contrattuali delle singole categorie con le annesse agevolazioni fiscali. Confidando nella crisi irreversibile del settore industriale e nella precarizzazione dei servizi, due circostanze epocali  che fanno sparire le vertenze nazionali e anche quanto rimane delle organizzazioni sindacali. E negli uffici dell'Inps, i vecchi protagonisti della spesa sociale (i pensionati) diventano una sparuta minoranza, rispetto al flusso "orizzontale" dei nuovi tutelati. Poveri sì, ma patrimonializzati, insomma.

LE TRAPPOLE DEL CREDITO E DEL RISPARMIO

Questi ultimi, che mediamente sarebbero anche buoni risparmiatori, esorcizzano il peggioramento sopravvenuto del quadro economico, affidandosi alla buona sorte, piuttosto che agli effetti virtuosi delle ormai vecchie politiche del lavoro di impronta renziana. Ma ora anche queste, come noto, sono entrate in crisi  in  seguito del  venir meno degli incentivi pubblici (riproposti in forma ridotta dallo stesso Gentiloni), così che, invece di dedicarsi alle tutele crescenti del proprio contratto di lavoro, a tempo indeterminato, i "genitori-aspiranti lavoratori" preferiscono dedicarsi a qualche collaborazione o rispondere a qualche "chiamata" e/o soprattutto applicarsi alla valorizzazione del patrimonio di famiglia, se ovviamente esistente. Magari  con l'aiuto di qualche banca territoriale "patrimonialmente solida e con un ridotto profilo di rischio". Una di quelle "banchette" che avrebbero scambiato il mutuo edilizio con una congrua partecipazione  del mututatario al capitale di rischio, convertendo i suoi risparmi in azioni o in bond obbligazionari, ed esponendolo così, in caso di fallimento, come è poi regolarmente accaduto, al rischio subdolo del bail in di casa nostra.

LA FAVOLA DEI BONUS

A pensarci bene, in fondo questi risparmiatori hanno lo stesso profilo di coloro che ,in nome dell'allargamento della famiglia italiana, si contendono un premio di partecipazione alla crescita del Paese chiamato bonus; un titolo attributivo di status che assume di volta in volta caratteristiche diverse a seconda del beneficiario, si chiami esso babbo, mamma o bebè, frequentatore di asili nido, diciottenne o studente .o semplicemente soggetto avente diritto agli 80 euro mensili, che come noto non è poverissimo. Gli 80 euro che anche Di Maio e Salvini vorrebbero mantenere. Un intervento da 10 mld l'anno che poi impone di trovare altre risorse nelle pieghe della rottamazione delle cartelle esattoriali o nel ritorno scontato dei capitali a suo tempo costituiti all'estero. Alla faccia della lotta all'evasione fiscale. Una specie di alternativa secca, sulla quale sia Renzi che Gentiloni hanno "surfato", ritenendo che il ceto medio o gli uomini o le donne dai capelli grigi (tendenzialmente esclusi dai benefici del nuovo Welfare e che vedono la pensione come un miraggio) si potessero accontentare di questo per potere sistemare le proprie pendenze nei confronti di creditori personali o finanziari senza intaccare i depositi a risparmio. Tutto questo mentre gli Istituti di Credito venivano messi in ginocchio (e talvolta fallivano) dalla svalutazione dei crediti concessi ai clientes della politica territoriale(gli orafi di Arezzo, ad esempio, tutelati dalla Boschi).

DISASTRO ITALIA

E intanto, intorno a noi, il Paese crollava, colpito da terremoti, alluvioni e roghi forestali, mentre lo Stato arretrava sotto i colpi altrettanto significativi di una spending review che nel silenzio indeboliva servizi essenziali, eliminava quelli intermedi (Corpo Forestale, Protezione Civile e Province in primis) e ridicolizzava i municipi (complice una stampa talvolta vergognosa) di fronte  al carico delle nuove emergenze. 22 miliardi è costato al Paese il fondo statale per la ricapitalizzazione delle banche prossime al fallimento (22 dicembre 2016), 23 miliardi il valore stimato degli investimenti  per far fronte alle emergenze generate dai terremoto dal Centro Italia, dagli altri sinistri naturali e dal degrado inarrestabile delle aree urbane. Staremmo per dire che alla fine la natura (non i gufi, per carità) si è ripresa quello che la girandola di tweet e fake news di impronta governativa ha cercato falsamente di rappresentare per quasi 1500 giorni. L' apocalisse ha prevalso sulla flessibilità, insomma, e quando lo Stato ha dovuto fare lo Stato (ad esempio mettere preventivamente in sicurezza i territori) si è scoperto che per l'ennesima volta qualcuno si era portato via la cassa. Ecco perchè, forse, da ora in poi il "governo dei pochi" non basterà per rimettere le cose a posto.

Intervento su urbanistica e alluvione Osservatorio trasformazione urbane Livorno

19.10.2017 09:09

Osservatorio trasformazioni urbane - Livorno

Livorno 02 ottobre 2017

 

Gli eventi tragici del 10 settembre hanno evidenziato l'estrema fragilità del territorio livornese.


Credevamo di vivere in un’isola felice dal punto di vista ambientale, soggetta a sporadici disagi che avremmo potuto evitare con una adeguata manutenzione e pulizia dei rii, e questo spavaldo ottimismo ha fatto dimenticare il carattere paludoso della zona nord (Stagno, ENI, e Villaggio Emilio), la presenza di  falde acquifere e sorgenti, e torrenti rii e botri che percorrono la città dalle colline fino al mare, e i siti a grave e medio rischio idrogeologico indicati sulle carte urbanistiche comunali . Così si è scelto di fare il centro intermodale in una zona soggetta ad allagamenti, e molto si è dovuto spendere per consolidare e rialzare il terreno, e ancor prima si è costruito Villaggio Emilio, in una zona vicina a una fabbrica a forte inquinamento, in una piana a rischio esondazioni dell’Ugione.

In seguito, con  il vigente PRG Gregotti-Cagnardi, in fase di proposte per l’area di trasformazione urbana,  denominata Nuovo Centro, si è passati dall'ipotesi di un grande parco con un lago di acqua dolce, servizi tecnologici e un centro interculturale, una casa dei popoli, alla realizzazione di un quartiere di saturazione tra la città e le nuove espansioni urbane a sud est ; e infine,per colmo di ironia, dopo la scelta assurda di costruire a Montenero l'aula Mariana, ovvero una sala ipogea in un sito  inzuppato di acqua come una spugna, si proponeva di costruire il nuovo nosocomio  in zona  pedecollinare a rischio di allagamento e smottamenti.

Già da qualche anno la tropicalizzazione dei fenomeni atmosferici ha lanciato chiari avvisi di ciò che avremmo potuto subire e che abbiamo subito “inaspettatamente” e i  luttuosi eventi del 10 settembre scorso legati, sì, ai profondi mutamenti climatici, ma anche alle criticità di zone a rischio, alla insufficienza o agli errori negli interventi di messa in sicurezza dei botri e torrenti intubati e con scarse casse di espansione,  a discutibili scelte urbanistiche, impongono di cominciare seriamente a rivedere il progetto di pianificazione . Questo dovrebbe essere evidente a tutti, maggioranza e opposizione: quello di cui la città ha bisogno è la  cura ed il rispetto del territorio naturale, quindi di interventi riparatori di una urbanizzazione gestita con superficialità ed incoscienza e non di sterili scambi di accuse da campagna elettorale.

Facciamo il punto della situazione attuale.

Per più di due anni in incontri col sindaco e l'ass all'urbanistica Aurigi, l’Osservatorio Trasformazioni Urbane ha insistito su tre questioni 1) la necessità di sostituire gli indirizzi di piano dati dalla giunta precedente insieme al nuovo incarico a Gregotti-Cagnardi[1] con nuovi indirizzi di piano coerenti con la piattaforma programmatica presentata alla cittadinanza per le elezioni comunali 2) la necessità di aprire un capitolo nuovo nella pianificazione ,sostituendo l'urbanistica partecipata, cioè discussa con la cittadinanza , alla urbanistica contrattata con i principali portatori di interessi privati 3) individuare un luogo di incontro confronto pubblico, un’interfaccia tra il governo e la cittadinanza, e avevamo individuato nell'ex casa della cultura la sede centrale, da integrare con le sedi delle ex circoscrizioni.

Oggi sappiamo che non sono mai stati dati a Cagnardi[2] nuovi indirizzi per il nuovo strumento urbanistico, salvo la generica raccomandazione di non aggiungere ulteriori espansioni di aree fabbricabili, in linea col programma elettorale,  L’arch Cagnardi dunque ha lavorato sui  vecchi indirizzi  e dobbiamo prendere atto che il progetto urbanistico è quasi finito, in assenza della benché minima reale informazione e di un autentico coinvolgimento, da parte della A:C della cittadinanza.

A oggi, ad esempio,  non sappiamo se l'area ospedaliera individuata in variante è stata cancellata e se si propongono variazioni sul fronte del porto, che restituiscano al Comune aree impropriamente consegnate all'Autorità Portuale e se le previsioni di nuove edificazioni ancora inattuate, verranno classificate in altro modo, rinunciando a ulteriore  cementificazione.

Dopo il 10 settembre non può essere più tollerato lo stallo ed il silenzio sul piano strutturale.  questo dovrebbe essere lo strumento fondamentale della gestione del territorio, vitale e capace di indicare il percorso con cui la città risponde   alle necessità che le vicende quotidiane esprimono, sia per un continuo mutamento sociale ed economico, sia per le esperienze di disastri ambientali, che reclamano l’’approfondimento della conoscenza dal territorio naturale (elemento invariante) con cui deve convivere e da cui deve trarre valore ambientale. 

Chiediamo pertanto che con la apertura del Cisternino, si dia inizio a un confronto per far conoscere lo stato di realizzazione del vecchio piano e le parti incompiute di edificazione, per  discutere dei nuovi indirizzi di pianificazione, perché la crescita zero diventi una realtà e non solo uno slogan,e perché le nuove scelte urbanistiche tengano conto della carta delle zone a rischio per verificare, alla luce dei drammatici eventi, se in alcune aree il rischio si sia aggravato o esteso a territori limitrofi.  Continuare a procedere ignorando ciò che gli eventi alluvionali dovrebbero aver insegnato a tutti indicherebbe una arroganza preoccupante da parte degli eletti in Consiglio  comunale e una irresponsabile sottovalutazione dei rischi futuri.

[1] Il “Documento di avvio del procedimento di Revisione del Piano Strutturale" risale al 2009 e contiene, tra gli altri, dai seguenti elaborati: Lineamenti Guida per il Nuovo Piano Strutturale; Definizione degli obiettivi del Piano, delle azioni conseguenti e degli effetti ambientali e territoriali attesi; Quadro conoscitivo di riferimento, comprensivo dell’accertamento dello stato delle risorse interessate e delle ulteriori ricerche da svolgere;

[2] Cagnardi è l’interlocutore dell’A.C. dal momento che la Gregotti Associati risulta in amministrazione controllata -  (in liquidazione volontaria come precisa lo stesso architetto in un articolo del sole 24 ore del  26 nov 2012) – a partire dal giugno 2012, giusto in tempo limite per l’affidamento dell’incarico; riduce l’organico a poche unità, cambiando i connotati e la potenzialità dello studio di fama internazionale.

 

Sistema di allerta meteo (si passa ai colori): a Genova

09.10.2017 16:10

 

Alluvione: resilienza labronica tra presente e futuro

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