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Nella terra dei conflitti di interesse (non solo quello berlusconiano) e dei sottrattori di bene pubblico (oltrechè dei simulatori di verità)..., dove lo spreco si confonde con la miseria, dove non sai mai quello che ti capita... ma ormai ci sei abituato... e se capita non ti meravigli più, dove per vincere una battaglia non occorre coraggio ma capacità economica.... abbiamo deciso (vestendo tutto il coraggio possibile) di andare contro corrente e di mettere a nudo realtà spesso soffocate dai giochi di potere in grado di pilotare l'informazione direzionandola un po' qua, un po la, ma mai dove realmente e in maniera trasparente dovrebbe andare.

La nostra esperienza nel mondo civile ci ha permesso di affrontare varie argomentazioni e documentarle con video, immagini e commenti audio.

 

In questo sito potrete rendervi conto personalmente di quanto possa essere facile "non dire" cose sconvenienti e sostituirle con frasi di eccellenza che attirano popolarità e deviano l'attenzione.

 

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Articoli

Persone e pressioni. Una Var per la politica

22.01.2018 10:13

LA FUNZIONE RIEDUCATIVA DELL'ARBITRAGGIO

Un po' di tempo fa mi trovavo a Parigi e rimasi colpito da una trasmissione televisiva che raccontava al grande pubblico i sistemi di riabilitazione "alla legalità" che erano in uso, per una determinata casistica di reati, negli Istituti di Prevenzione e Pena della regione parigina. Insomma, alcuni condannati espiavano parte della propria pena "arbitrando" partite di calcio che venivano organizzate a questo scopo all'interno degli stabilimenti di pena. Immaginatevi un corrotto o un concussore, ma anche un condannato per reati finanziari, tipo l'insider trading di cui si è parlato in occasione del decreto di trasformazione delle banche popolari in Spa, alle prese col fischietto per regolamentare il normale svolgimento di una partita di calcio. Lui, l'uomo (o la donna) colpito/a dalla sanzione sociale e mediatica del reato, che per recuperare la propria dignità reputazionale e giuridica applica a sua volta un complicato regime sanzionatorio nei confronti di potenziali trasgressori delle regole della partita sociale, in quel caso "scalata"al livello di una partita di calcio.

LA SECONDA POSSIBILITA

Un modo sicuramente serio di giocarsi una seconda possibilità all'atto del proprio reinserimento nella cosiddetta società civile, una volta scontata la pena convenzionale. Un esempio probabilmente banale per capire come l'esecuzione (interna o esterna) della pena  passi attraverso la ritrovata consapevolezza di potere essere determinanti un giorno nella mediazione di un conflitto, nella prevenzione di un danno patrimoniale, nella possibilità insomma di non subire passivamente gli eventi conseguenti ad un accordo verbale o ad un contratto finito male,ma di potere essere a nostra volta "arbitri" di qualche cosa.

L'USO POLITICO DELLA FUNZIONE ARBITRALE

Del resto quante volte, uscendo dalla metafora rieducativa, politici ed amministratori hanno reagito ad uno scivoloso imprevisto, cercando essi stessi di diventare "arbitri" di una situazione che stava sfuggendo loro clamorosamente di mano. Lo ha fatto Berlusconi, scudandosi dietro quel ruolo di capo del Governo, acquisito per via democratica, che gli avrebbe però consentito di sanare i debiti delle proprie aziende e poi di quotarle in Borsa; lo ha fatto Renzi, quando ha cercato di utilizzare l'Arma dei Carabinieri per mettere un cappello definitivo su quella vicenda Consip  che avrebbe coinvolto il padre e un suo fedelissimo posto politicamente a capo della centrale acquisti della Pubblica Amministrazione; lo ha fatto il sottosegretario Boschi, quando ha interpellato perfino la Consob, diventando di fatto arbitra di acquisizioni bancarie, per venire a capo della situazione pre fallimentare dell'Istituto di cui era amministratore suo padre. In un certo senso lo ha rifatto Renzi con la soffiata sui titoli delle Popolari prossime alla quotazione in Borsa  a favore del brooker di De Benedetti, con Consob e Procura di Roma che però hanno rapidamente escluso pressioni governative  rispetto ad una operazione di palese insider trading partita da Palazzo Chigi.

SINDACO, ARBITRO O DOMINUS?

Lo hanno fatto ahinoi, salvo assoluzioni e proscioglimenti, anche Virginia Raggi e Filippo Nogarin, quando, per svincolarsi la prima dal controllo intimidatorio dei fratelli Marra sulle nomine in Campidoglio e per ristrutturare il secondo (sempre nel quadro di uno spoil system all'americana) un servizio di protezione civile comunale che avrebbe però dimostrato la propria inadeguatezza di fronte alla tragica alluvione  di settembre, sono diventati loro malgrado arbitri di una situazione che ormai deviava da un rigoroso rispetto della norma amministrativa, con possibili conseguenze di tipo penale. Fermo restando che l'impunità "governativa", di cui ricorrono migliaia di esempi di ogni colore, non si sedimenterà mai al livello di una amministrazione locale, dove se sei condannato in primo grado te ne devi comunque andare. (non prima)

LA POLITICA SI ANNETTE LE FUNZIONI ARBITRALI

E' questo uno scenario molto simile, per l'appunto, a quello in cui l'arbitro, non a caso definito il "direttore di gara", è chiamato a decidere in una frazione di secondo su un calcio di rigore, un fuorigioco o  un'azione  fallosa, comunque difficili ad essere inquadrati ad occhio nudo, tenuto anche conto della velocità dell'azione. Ora, di fronte a questa eventualità, il calcio e la politica hanno scelto di agire in modo diametralmente opposto. Il calcio ha istituito la Var, proprio per correggere, sia pure a posteriori gli errori dell'arbitro (e non tutti gli arbitri, come ad esempio Calvarese in Cagliari Juventus, la osservano) mentre la politica tende ormai inesorabilmente ad annettersi anche le funzioni arbitrali. E quasi mai per praticare un sano progetto di riabilitazione e reinserimento nel sistema sociale. Ma il più delle volte per legittimare (e dunque escludere) pressioni su/da organi e funzioni che dovrebbero semmai operare in condizione di massima terzietà o di autonomia gestionale.

                  Henry Brubaker

L'apocalisse (o quasi). Passaggio al 2018

01.01.2018 13:33

IL GOVERNO DEI POCHI

Fine legislatura col botto, confezionata dal duo Mattarella Gentiloni per fare passare nel silenzio una legge di bilancio da 28 mld che, per quanto possibile, "surfa" su un quadro economico migliorato, ma comunque selettivo. In fondo ha vinto il discusso Eugenio Scalfari. Il "governo dei pochi", nonostante il tanto temuto populismo, è ancora in sella  e per stessa ammissione di Gentiloni, continuerà a deliberare a Camere sciolte nella pienezza dei poteri. Un passaggio quasi eversivo, che però si compie in paradossale continuità con il recente passato. Infatti  da quando Draghi e Trichet licenziarono Berlusconi, nel secondo semestre del 2011, il Paese non ha più avuto un governo legittimo. Ma questo Paese sta male e l'economia reale arranca (Gentiloni gestirà una nuova manovra correttiva di 5 mld), mentre la finanza dei cosiddetti poteri forti  non crea più illusorie aspettative, ma buchi da riempire con la fiscalità generale e la copertura mediatica dei propri quotidiani. Che fortunatamente nessuno o quasi legge più.

L'USO POLITICO DELLA FLESSIBILITA'

Il meccanismo del consenso, in fondo, è sempre lo stesso. Un meccanismo astutamente certificato nel corso di un'intera legislatura da Renzi e Gentiloni con le anticipazioni (talora farlocche) di Istat, Inps e "palazzi e stampa" collegati sugli indici di crescita e  la discesa degli inattivi (solo perchè si limitano a cercarlo, il lavoro) che fanno molta "occupazione". E ora non resta che utilizzare quel poco che rimane in cassa (grazie allo sconto di nove miliardi della Ue), per neutralizzare le clausole di salvaguardia (aumento di Iva) e "sostenere" i nuovi protagonisti della spesa sociale (mamme e/o padri con i rispettivi figli, non necessariamente italiani d'origine) nella speranza che le nuove e le nuovissime generazioni possano sostenere la crescita attraverso il miglioramento della capacità di spesa dei propri genitori. Sarà interessante verificare se e come  le cosiddette opposizioni sapranno o vorranno modificare questo quadro, e in quale direzione, durante una campagna elettorale comunque supervisionata da Mattarella e Gentiloni.  

SOLI ALLA META:IL WELFARE DELLE OPPORTUNITA(INDIVIDUALI)

In  fondo il nuovo Welfare è questo, si tratta di capire solo quanto ci costa con esattezza, e lo Ius soli (che pure costituirebbe un valore costitutivo della cittadinanza italiana) appare solo la credenziale aggiuntiva di una integrazione che è nei fatti ed è scadenzata dalle prestazioni di sostegno al reddito. Cambia solo la prospettiva; ci si unisce nella maggior parte dei casi per realizzare il credito dei bonus familiari o dei diritti civili di nuovo conio. Mentre si perdono di vista le spettanze contrattuali delle singole categorie con le annesse agevolazioni fiscali. Confidando nella crisi irreversibile del settore industriale e nella precarizzazione dei servizi, due circostanze epocali  che fanno sparire le vertenze nazionali e anche quanto rimane delle organizzazioni sindacali. E negli uffici dell'Inps, i vecchi protagonisti della spesa sociale (i pensionati) diventano una sparuta minoranza, rispetto al flusso "orizzontale" dei nuovi tutelati. Poveri sì, ma patrimonializzati, insomma.

LE TRAPPOLE DEL CREDITO E DEL RISPARMIO

Questi ultimi, che mediamente sarebbero anche buoni risparmiatori, esorcizzano il peggioramento sopravvenuto del quadro economico, affidandosi alla buona sorte, piuttosto che agli effetti virtuosi delle ormai vecchie politiche del lavoro di impronta renziana. Ma ora anche queste, come noto, sono entrate in crisi  in  seguito del  venir meno degli incentivi pubblici (riproposti in forma ridotta dallo stesso Gentiloni), così che, invece di dedicarsi alle tutele crescenti del proprio contratto di lavoro, a tempo indeterminato, i "genitori-aspiranti lavoratori" preferiscono dedicarsi a qualche collaborazione o rispondere a qualche "chiamata" e/o soprattutto applicarsi alla valorizzazione del patrimonio di famiglia, se ovviamente esistente. Magari  con l'aiuto di qualche banca territoriale "patrimonialmente solida e con un ridotto profilo di rischio". Una di quelle "banchette" che avrebbero scambiato il mutuo edilizio con una congrua partecipazione  del mututatario al capitale di rischio, convertendo i suoi risparmi in azioni o in bond obbligazionari, ed esponendolo così, in caso di fallimento, come è poi regolarmente accaduto, al rischio subdolo del bail in di casa nostra.

LA FAVOLA DEI BONUS

A pensarci bene, in fondo questi risparmiatori hanno lo stesso profilo di coloro che ,in nome dell'allargamento della famiglia italiana, si contendono un premio di partecipazione alla crescita del Paese chiamato bonus; un titolo attributivo di status che assume di volta in volta caratteristiche diverse a seconda del beneficiario, si chiami esso babbo, mamma o bebè, frequentatore di asili nido, diciottenne o studente .o semplicemente soggetto avente diritto agli 80 euro mensili, che come noto non è poverissimo. Gli 80 euro che anche Di Maio e Salvini vorrebbero mantenere. Un intervento da 10 mld l'anno che poi impone di trovare altre risorse nelle pieghe della rottamazione delle cartelle esattoriali o nel ritorno scontato dei capitali a suo tempo costituiti all'estero. Alla faccia della lotta all'evasione fiscale. Una specie di alternativa secca, sulla quale sia Renzi che Gentiloni hanno "surfato", ritenendo che il ceto medio o gli uomini o le donne dai capelli grigi (tendenzialmente esclusi dai benefici del nuovo Welfare e che vedono la pensione come un miraggio) si potessero accontentare di questo per potere sistemare le proprie pendenze nei confronti di creditori personali o finanziari senza intaccare i depositi a risparmio. Tutto questo mentre gli Istituti di Credito venivano messi in ginocchio (e talvolta fallivano) dalla svalutazione dei crediti concessi ai clientes della politica territoriale(gli orafi di Arezzo, ad esempio, tutelati dalla Boschi).

DISASTRO ITALIA

E intanto, intorno a noi, il Paese crollava, colpito da terremoti, alluvioni e roghi forestali, mentre lo Stato arretrava sotto i colpi altrettanto significativi di una spending review che nel silenzio indeboliva servizi essenziali, eliminava quelli intermedi (Corpo Forestale, Protezione Civile e Province in primis) e ridicolizzava i municipi (complice una stampa talvolta vergognosa) di fronte  al carico delle nuove emergenze. 22 miliardi è costato al Paese il fondo statale per la ricapitalizzazione delle banche prossime al fallimento (22 dicembre 2016), 23 miliardi il valore stimato degli investimenti  per far fronte alle emergenze generate dai terremoto dal Centro Italia, dagli altri sinistri naturali e dal degrado inarrestabile delle aree urbane. Staremmo per dire che alla fine la natura (non i gufi, per carità) si è ripresa quello che la girandola di tweet e fake news di impronta governativa ha cercato falsamente di rappresentare per quasi 1500 giorni. L' apocalisse ha prevalso sulla flessibilità, insomma, e quando lo Stato ha dovuto fare lo Stato (ad esempio mettere preventivamente in sicurezza i territori) si è scoperto che per l'ennesima volta qualcuno si era portato via la cassa. Ecco perchè, forse, da ora in poi il "governo dei pochi" non basterà per rimettere le cose a posto.

Intervento su urbanistica e alluvione Osservatorio trasformazione urbane Livorno

19.10.2017 09:09

Osservatorio trasformazioni urbane - Livorno

Livorno 02 ottobre 2017

 

Gli eventi tragici del 10 settembre hanno evidenziato l'estrema fragilità del territorio livornese.


Credevamo di vivere in un’isola felice dal punto di vista ambientale, soggetta a sporadici disagi che avremmo potuto evitare con una adeguata manutenzione e pulizia dei rii, e questo spavaldo ottimismo ha fatto dimenticare il carattere paludoso della zona nord (Stagno, ENI, e Villaggio Emilio), la presenza di  falde acquifere e sorgenti, e torrenti rii e botri che percorrono la città dalle colline fino al mare, e i siti a grave e medio rischio idrogeologico indicati sulle carte urbanistiche comunali . Così si è scelto di fare il centro intermodale in una zona soggetta ad allagamenti, e molto si è dovuto spendere per consolidare e rialzare il terreno, e ancor prima si è costruito Villaggio Emilio, in una zona vicina a una fabbrica a forte inquinamento, in una piana a rischio esondazioni dell’Ugione.

In seguito, con  il vigente PRG Gregotti-Cagnardi, in fase di proposte per l’area di trasformazione urbana,  denominata Nuovo Centro, si è passati dall'ipotesi di un grande parco con un lago di acqua dolce, servizi tecnologici e un centro interculturale, una casa dei popoli, alla realizzazione di un quartiere di saturazione tra la città e le nuove espansioni urbane a sud est ; e infine,per colmo di ironia, dopo la scelta assurda di costruire a Montenero l'aula Mariana, ovvero una sala ipogea in un sito  inzuppato di acqua come una spugna, si proponeva di costruire il nuovo nosocomio  in zona  pedecollinare a rischio di allagamento e smottamenti.

Già da qualche anno la tropicalizzazione dei fenomeni atmosferici ha lanciato chiari avvisi di ciò che avremmo potuto subire e che abbiamo subito “inaspettatamente” e i  luttuosi eventi del 10 settembre scorso legati, sì, ai profondi mutamenti climatici, ma anche alle criticità di zone a rischio, alla insufficienza o agli errori negli interventi di messa in sicurezza dei botri e torrenti intubati e con scarse casse di espansione,  a discutibili scelte urbanistiche, impongono di cominciare seriamente a rivedere il progetto di pianificazione . Questo dovrebbe essere evidente a tutti, maggioranza e opposizione: quello di cui la città ha bisogno è la  cura ed il rispetto del territorio naturale, quindi di interventi riparatori di una urbanizzazione gestita con superficialità ed incoscienza e non di sterili scambi di accuse da campagna elettorale.

Facciamo il punto della situazione attuale.

Per più di due anni in incontri col sindaco e l'ass all'urbanistica Aurigi, l’Osservatorio Trasformazioni Urbane ha insistito su tre questioni 1) la necessità di sostituire gli indirizzi di piano dati dalla giunta precedente insieme al nuovo incarico a Gregotti-Cagnardi[1] con nuovi indirizzi di piano coerenti con la piattaforma programmatica presentata alla cittadinanza per le elezioni comunali 2) la necessità di aprire un capitolo nuovo nella pianificazione ,sostituendo l'urbanistica partecipata, cioè discussa con la cittadinanza , alla urbanistica contrattata con i principali portatori di interessi privati 3) individuare un luogo di incontro confronto pubblico, un’interfaccia tra il governo e la cittadinanza, e avevamo individuato nell'ex casa della cultura la sede centrale, da integrare con le sedi delle ex circoscrizioni.

Oggi sappiamo che non sono mai stati dati a Cagnardi[2] nuovi indirizzi per il nuovo strumento urbanistico, salvo la generica raccomandazione di non aggiungere ulteriori espansioni di aree fabbricabili, in linea col programma elettorale,  L’arch Cagnardi dunque ha lavorato sui  vecchi indirizzi  e dobbiamo prendere atto che il progetto urbanistico è quasi finito, in assenza della benché minima reale informazione e di un autentico coinvolgimento, da parte della A:C della cittadinanza.

A oggi, ad esempio,  non sappiamo se l'area ospedaliera individuata in variante è stata cancellata e se si propongono variazioni sul fronte del porto, che restituiscano al Comune aree impropriamente consegnate all'Autorità Portuale e se le previsioni di nuove edificazioni ancora inattuate, verranno classificate in altro modo, rinunciando a ulteriore  cementificazione.

Dopo il 10 settembre non può essere più tollerato lo stallo ed il silenzio sul piano strutturale.  questo dovrebbe essere lo strumento fondamentale della gestione del territorio, vitale e capace di indicare il percorso con cui la città risponde   alle necessità che le vicende quotidiane esprimono, sia per un continuo mutamento sociale ed economico, sia per le esperienze di disastri ambientali, che reclamano l’’approfondimento della conoscenza dal territorio naturale (elemento invariante) con cui deve convivere e da cui deve trarre valore ambientale. 

Chiediamo pertanto che con la apertura del Cisternino, si dia inizio a un confronto per far conoscere lo stato di realizzazione del vecchio piano e le parti incompiute di edificazione, per  discutere dei nuovi indirizzi di pianificazione, perché la crescita zero diventi una realtà e non solo uno slogan,e perché le nuove scelte urbanistiche tengano conto della carta delle zone a rischio per verificare, alla luce dei drammatici eventi, se in alcune aree il rischio si sia aggravato o esteso a territori limitrofi.  Continuare a procedere ignorando ciò che gli eventi alluvionali dovrebbero aver insegnato a tutti indicherebbe una arroganza preoccupante da parte degli eletti in Consiglio  comunale e una irresponsabile sottovalutazione dei rischi futuri.

[1] Il “Documento di avvio del procedimento di Revisione del Piano Strutturale" risale al 2009 e contiene, tra gli altri, dai seguenti elaborati: Lineamenti Guida per il Nuovo Piano Strutturale; Definizione degli obiettivi del Piano, delle azioni conseguenti e degli effetti ambientali e territoriali attesi; Quadro conoscitivo di riferimento, comprensivo dell’accertamento dello stato delle risorse interessate e delle ulteriori ricerche da svolgere;

[2] Cagnardi è l’interlocutore dell’A.C. dal momento che la Gregotti Associati risulta in amministrazione controllata -  (in liquidazione volontaria come precisa lo stesso architetto in un articolo del sole 24 ore del  26 nov 2012) – a partire dal giugno 2012, giusto in tempo limite per l’affidamento dell’incarico; riduce l’organico a poche unità, cambiando i connotati e la potenzialità dello studio di fama internazionale.

 

Sistema di allerta meteo (si passa ai colori): a Genova

09.10.2017 16:10

 

Alluvione: resilienza labronica tra presente e futuro

26.09.2017 09:31

Promemoria alluvione (a telecamere spente)

26.09.2017 09:17

 

Il day after di Livorno

20.09.2017 08:24

Alla fine l'attacco è arrivato.

Servito sul piatto freddo delle accuse, prevalentemente a mezzo stampa, che hanno riguardato un impasto di inerzia e inadeguatezza della macchina istituzionale dei soccorsi nelle ore antelucane del 10 settembre, quando fra le 02.00 e le 04.00, e poi fra le 04.00 e le 06.00 le condizioni meteo si sono improvvisamente aggravate generando panico, morte e distruzione nell'area collinare, e, forse incredibilmente, fino nei quartieri gioiello della zona stadio. C'è una Procura che indaga da qualche giorno per omicidio e disastro colposi a carico di ignoti. Ma quanto stupisce, del tragico nubifragio di inizio settembre, oltre al doloroso impatto delle vittime, è la pervasività dei danni materiali, per lo più generati dal comune dettaglio dello straripamento dei "piccoli fiumi", che per lungo tempo hanno rappresentato il parente impresentabile della foto che comunemente si fa alla "bella Livorno". Una foto rassicurante che non ha mai tradito chiaroscuri, nè per lungo tempo ha facilitato interventi di contenimento responsabili rispetto all'inesorabile filiera della cementificazione. E che forse anche per questo non ha mai meritato nè inchieste, nè conferenze stampa, nè particolari approfondimenti perchè, in fondo, da una filiera di questo tipo un po' tutti trovano il proprio livello di compensazione. Stampa compresa. Volendo fare un paragone improprio, è come se qualcuno si fosse divertito a scomporre l'improbabile equilibrio del rischio idraulico, basato sui tombamenti o sugli interramenti parziale dei corsi d'acqua,con un colpo di biliardo ben assestato. Il fattore d'innesco di un disastro che ha scompaginato i birilli del tavolo verde, fino a renderli inequivocabilmente complici di un drammatico finale di partita. Dove l'esito degli insediamenti collinari e delle trasformazioni edilizie cittadine ha sfortunatamente incrociato le circostanze di una tempesta quanto meno imprevedibile quanto a violenza e capacità di pressione sul fragile sistema fluviale di una città che fino a qualche settimana prima scontava le conseguenze della siccità mediterranea e del caldo afoso. Poi l'acqua esplode, e quando lo fa, rimbalza sul cemento senza trovare compensazione alcuna nella rete fognaria. Sul tavolo verde i birilli impazziscono e, quando il codice "diventa" rosso, ma inizialmente "non era" rosso, è veramente troppo tardi per poterli raddrizzare e ricomporre con la sola forza della ragione e la fredda perspicacia degli strumenti di prevenzione. Si apre ora la pagina, amara, degli accertamenti peritali, delle inchieste amministrative, dello scontro politico fra Comune e Regione con le rispettive curve mediatiche. Sul banco d'accusa la Protezione Civile del Comune di Livorno, cui però il Sindaco Nogarin ha confermato fiducia, che non avrebbe recepito nella giusta misura gli allarmi sequenziali del centro Meteo della Regione Toscana. Una stazione, quella regionale, che ha comunque faticato ad inquadrare tempestivamente gli effetti cataclismatici del mutamento climatico di quella notte. Un allarme giunto ad evento verificato, quando però, obiettivamente, la catena di comando della macchina comunale è andata in folle, per motivi da chiarire, e intanto, si consumava altrove la drammatica inerzia della distruzione territoriale e delle morti. Si esca dall'incubo con dignità e trasparenza al di là delle inchieste. Lo chiede, magari sommessamente, la città che ha soccorso senza che nessuno glielo avesse chiesto. E che, a brevissimo, si misurerà con il commissariamento alle opere idrauliche del Presidente della Regione Toscana  Enrico Rossi, l'uomo che con i fondi statali e regionali dell'emergenza ricostruirà il corso originario dei corsi d'acqua incriminati; Rio Ugione, Rio Ardenza, e soprattutto Rio Maggiore, piccolo fiume noto alle cronache più per le opere di compensazione idraulica che lo hanno inutilmente riguardato che per la sua effettiva costituzione naturale. Un altro colpo di biliardo ben assestato.

 

Sergio Nieri, Livorno 19 09 2017

Il canto della libertà

16.02.2017 17:16

Macerie elettorali

30.01.2017 09:46

Un rimedio peggiore del male, probabilmente, quello uscito dalla decisione della Corte Costituzionale sui vizi e le virtù dell'ex legge elettorale per la Camera dei Deputati. In effetti la Consulta ci restituisce qualche indicazione e qualche scoria del recente passato con la decisione sulla parziale "costituzionalità" dell'Italicum. Per obiettività e completezza di informazione va detto che in questo caso l'ex Principe di Rignano non esce (ahinoi) sconfitto come nel caso del referendum del 4 dicembre scorso. E non è un caso che insieme a Grillo e ai "sovranisti" di centro destra chieda a gran voce "elezioni subito" sull'abbrivio della sentenza "autoapplicativa" della Corte da adeguare velocemente al sopravvissuto Senato. Al netto di ogni considerazione preliminare sul parto dell'Italicum (che è stato terribile per l'effetto calamita che i voti di fiducia hanno avuto sul fenomeno invalidante del trasformismo parlamentare), è vero infatti che è stato spazzato via il ballottaggio, ma è rimasto in piedi, di default, l'enorme premio di maggioranza del 40% per lista che, come evidenziano giustamente i Comitati per il No, costituisce il cuore comunque plebiscitario di un sistema elettorale di natura proporzionale. Tutto sommato il ballottaggio fra le due liste più votate al primo turno ed inferiori al 40% (ma senza avere raggiunto una dote preventiva di voti validi) avrebbe "razionalizzato" il successivo riparto maggioritario di seggi alla Camera (il 55% circa dell'Assemblea), con effetti stabilizzanti per quella che i tecnici della prima repubblica definivano la "governatività" del sistema politico parlamentare, e che invece gli oppositori dell'Italicum e dell'abolizione del Senato elettivo avrebbero poi chiamato, non a torto, "democratura". Una condizione che avrebbe determinato, per paradosso, una minore presenza di deputati candidati eletti grazie alla nomina dei vertici politici (tra il 50 e il 60% circa dell'Assemblea), rispetto a quanto potrebbe verificarsi con l'approdo di tutte le forze politiche al di sotto del 40% (si stima il 70% dell'Assemblea) considerato che le forze minori e comunque inferiori almeno al 15% dei consensi esprimerebbero soltanto candidati nominati dai pur piccoli partiti. Ora, con la scossa di assestamento della Corte Costituzionale, che è  conseguita fortunatamente al mancato sisma della riforma costituzionale funzionale alla cancellazione dello "scoglio" del Senato elettivo, la lunga marcia verso il Governo avverrà su base essenzialmente proporzionale (con una soglia di sbarramento molto bassa) e soprattutto  con una scarsa qualità della rappresentanza politica. Allo stato attuale dei sondaggi infatti non è realistico pensare che l'obiettivo del 40% alla Camera possa essere colto direttamente, salvo sorprese, da almeno una delle forze politiche più rappresentative. Ma rimarrà comunque (come in parte sta già avvenendo) un martellante obiettivo da campagna elettorale capace di influenzare l'opinione pubblica e la stessa organizzazione delle liste elettorali. La non bocciatura dei capilista bloccati (in una misura abnorme rispetto al contesto complessivo delle candidature di lista ), combinati con la possibilità di pluricandidature personali nei collegi elettorali, restituisce poi agli aspiranti "quarantisti" un potere di scelta pressochè assoluto sulla futura classe dirigente del Paese riducendo al minimo ogni valutazione legata alla democrazia territoriale (una testa, un collegio, una tassa, un voto). Il "nuovo" Governo (che assuma forma maggioritaria col raggiungimento preventivo  del 40% o coalizionale in seguito a mediazioni successive al voto) ne sarà una diretta conseguenza. Situazione preoccupante per un motivo fondamentale. I partiti nazionali non ci sono più e quelli che ci sono hanno caratteristiche prevalentemente plebiscitarie (Renzi con la rumba delle primarie aperte e senza congresso, Grillo per via rigorosamente telematica, quanto rimane di Berlusconi per via economica e mediatica, i "sovranisti" con il modello lepenista e trumpiano)... Ne consegue che la selezione dei parlamentari (a parte qualche farsesca variazione tipo le "parlamentarie" fisiche o telematiche o i gazebi) sarà condizionata dal principio di fedeltà al capo di turno, piuttosto che da quello della competenza e dei legami territoriali. Circostanza, quest'ultima, che allena al pluralismo e ad una sostanziale emancipazione nelle scelte amministrative rispetto alle decisioni di vertice. Da qui peraltro il più facile inserimento dell'azione penale (quando viene sollecitata) o della stessa Anac (quando viene strumentalmente sollecitata da terzi) sull'attività amministrativa piuttosto che sull'attività politico istituzionale di natura parlamentare o di Governo. Il cuore plebiscitario del sistema elettorale riveduto e corretto dalla Corte Costituzionale, insomma, rimane in piedi e i partiti che intendono alimentarlo al momento per via orale (tipo il Pd e lo stesso Movimento a Cinque Stelle) presto o tardi, se verrà mantenuto questo impianto, inizieranno ad abbaiare al "voto utile" e alla non dispersione dei voti validi per prendersi l'intera posta e drogare in tal modo l'effettivo riparto del voto proporzionale. Ne' Renzi, nè Grillo vogliono fare la fine del Bersani del 2013, ma sia l'uno che l'altro, per evitare questa prospettiva, dovranno battere la strada per loro contronatura delle alleanze preventive e, allo stesso tempo, mantenere il controllo assoluto dei gruppi parlamentari.

Etica e politica: la svoltina di Grillo (ma i problemi sono altri)

05.01.2017 14:43

Non sappiamo se il codice di comportamento etico proposto da Grillo e poi votato in Rete sia una cosa veramente impegnativa per gli amministratori a Cinque stelle  o più semplicemente un laccio per interrompere o ritardare l'emorragia di credibilità che potrebbe derivare al Movimento dal moltiplicarsi delle inchieste politiche a proprio carico. Certo è paradossale che un Movimento nato per spaccare le elites con la dirompenza della questione morale (a nostra memoria ci pare sia l'unico soggetto politico che chieda ai propri candidati il certificato penale, ovviamente intonso), si trovi poi a elaborare un codice di autodisciplina per i propri indagati. Prevedibile da questo punto di vista sarebbe la "tegola" (così si esprime la tenaglia mediatica dei soliti noti con qualche inserimento sorprendente) che dovrebbe rovinare addosso al sindaco di Roma Virginia Raggi, in relazione alla nomina del fratello di Raffaele Marra (ex vice capo di gabinetto e in carcere dal 16 dicembre per una presunta corruzione risalente a quattro anni prima) a capo di un Dipartimento strategico del  del Comune di Roma (il Turismo). L'avviso di garanzia in questo caso, verrebbe emesso dalla Procura di Roma su sollecitazione dell'Anac, che avrebbe attribuito alla Raggi una istruttoria a "quattro mani" del provvedimento di nomina, inficiata come tale da un flagrante conflitto di interessi con la posizione del suo ex vice capo di gabinetto, poi tratto in arresto per la sua "inclinazione naturale a delinquere". Va detto per obiettività e completezza di informazione che le propensioni criminogene di Marra (mai rilevate da alcun organo giudiziario e disciplinare prima del 16 dicembre scorso) non fecero scalpore quando lo stesso alto funzionario si rivolse all'Anac per ottenere a sua volta un parere sulla nomina dell'ex Capo di Gabinetto Raineri, che da parte sua aveva preteso e ottenuto lo stesso inquadramento economico di un magistrato della Corte d'Appello. La Raggi, se le indiscrezioni venissero confermate, potrebbe con il nuovo Codice Etico farsi scudo del fatto che un avviso di garanzia per abuso d'ufficio non comporta alcuna sanzione automatica dal Movimento da cui proviene, e questo è certamente un fatto di civiltà. Sarebbe stato stupefacente il contrario, che cioè la Sindaca dovesse dimettersi per mano della sua organizzazione politica mentre lo Stato cerca di venire faticosamente a capo della sua colpevolezza.  Ma può un soggetto politico riservarsi una valutazione definitiva  sul comportamento di un proprio amministratore, mentre la giustizia sta facendo lentamente il suo corso? Certamente una riga doveva essere tirata, perchè altrimenti sarebbe risultato inspiegabile che sindaci o assessori loro malgrado plurindagati (come il "nostro "Nogarin) fossero ancora lì al loro posto, mentre altri , come incidentalmente è toccato a Paola Muraro (ex assessore all'ambiente del Comune di Roma), venissero caldamente invitati a rassegnare le proprie dimissioni (anche per via mediatica) per una semplice iscrizione sul registro degli indagati cui solo successivamente ha peraltro fatto seguito la notifica di un avviso di garanzia in relazione ad un presunto reato di natura ambientale. Non va dimenticato poi che un amministratore pubblico locale rischia sempre in proprio, non beneficiando di alcuna forma di immunità, mentre il parlamentare indagato (che con questo status può salire anche al Governo) il conto lo trasferisce al proprio elettorato senza incorrere in alcuna forma sospensione/sanzione personale. Non stupisce insomma che un Movimento politico nazionale con una forte proiezione territoriale (dove l'interpello della Magistratura è ormai un fatto ricorrente quando si tratta di risolvere strumentalmente un conflitto politico) assumesse come regola la presunzione di innocenza dell'amministratore almeno fino alla sua eventuale incriminazione e condanna in primo grado con l'aggravante del comportamento doloso. Per un Movimento che ha fatto dell'onestà in politica una regola d'ingaggio è un passaggio importante anche perché, di riflesso, senza trascendere nell'ormai rituale "fiducia nella Magistratura", è come se si riconoscesse che l'azione penale è comunque obbligatoria, da chiunque venga sollecitata o rimessa, e come tale deve fare il suo corso. Però spesso e volentieri questo lasso di tempo (fino all'avviso di chiusura delle indagini) è esageratamente più lungo dello stress test richiesto dalla politica e dai media  ad un amministratore sotto inchiesta mentre è chiamato a rendicontare bilanci pubblici di centinaia di milioni d'euro  o controllare aziende in house che muovono fatturati elevatissimi in territori strategici come quello della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti urbani (è il caso dell'Aamps di Livorno). Per questo motivo molti politici ed amministratori negli ultimi tempi hanno fatto inutilmente la fila dai Pm titolari dell'inchiesta penale che li riguardava come indagati, perché venissero ascoltati subito ai fini di uno stralcio dell'inchiesta medesima e/o, nella migliore delle ipotesi, di una eventuale, immediata archiviazione. C'è insomma il concreto rischio che l'amministratore indagato, se non ottiene la neutralizzazione o un esito tempestivo dell'inchiesta che lo riguarda, venga politicamente delegittimato, e che questa circostanza possa influenzare in qualche modo il giudizio formale e sostanziale dei propri atti da parti di organi di revisione contabile e/o della stessa Anac, che per il fatto di rispondere a un organo politico come la Presidenza del Consiglio, non presenta a nostro giudizio caratteristiche di sufficiente terzietà per potere sindacare sulla legittimità delle nomine pubbliche o sulla concessione dei pubblici appalti.

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